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Personale, ai fondi decentrati tutti i compensi per attività extra non autorizzate

di Arturo Bianco

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

I dipendenti pubblici che svolgono attività lavorative per altri soggetti – siano esse pubbliche amministrazioni o datori di lavoro privati - e che non sono autorizzati, anche se queste prestazioni hanno natura privatistica, devono versare al fondo per la contrattazione decentrata della amministrazione datore di lavoro tutti i compensi ricevuti per questa via. Sono queste le indicazioni di maggiore rilievo contenute nella sentenza della Corte dei Conti, sezione di appello della Sicilia, n. 210/2015. Si deve sottolineare che la sanzione si aggiunge all'obbligo della irrogazione di misure disciplinari, che possono arrivare al licenziamento senza preavviso.

Le regole
La materia è regolata dall'articolo 53 del Dlgs n. 165/2001, oltre che dagli articoli 60 e 65 del Dpr n. 3/1957 e dall'articolo 1, comma 60, della legge n. 662/1996. Sulla base di queste disposizioni, ai dipendenti pubblici si applica il principio della esclusività della prestazione lavorativa, per cui essi non possono avere altri rapporti, se non nei casi previsti dalla normativa oppure previa autorizzazione della propria amministrazione: autorizzazione che peraltro deve essere formalmente concessa. La sentenza dei giudici contabili della Sicilia stabilisce che non ha alcun rilievo, al fine di determinare la legittimità dello svolgimento di un'attività ulteriore senza autorizzazione, il fatto che una attività lavorativa svolta alle dipendenze della Pubblica amministrazione abbia natura privatistica. E neppure che sia prevista la possibilità di svolgimento di attività ulteriori previa autorizzazione.

Dolo o colpa
Il fatto che l'altra attività sia stata svolta per lungo tempo, che essa preesistesse all'atto della assunzione presso l'ente, e che il dipendente abbia dichiarato espressamente e formalmente in tale circostanza che non sussistevano condizioni di incompatibilità, come nelle formule generalmente usate nei contratti individuali, determina la conseguenza che la condotta del dipendente deve essere definita come dolosa e non come gravemente colposa. O, per riprendere la terminologia utilizzata dai giudici contabili, si è in presenza di «un doloso occultamento del danno». Il che determina pesanti effetti sulla maturazione della prescrizione quinquennale; essa interviene infatti dal momento della scoperta, e consente di conseguenza di irrogare la sanzione della maturazione della responsabilità amministrativa per un periodo più lungo. In questi casi il legislatore stabilisce direttamente la sanzione e la sua misura. La sentenza dice che il dipendente «è obbligato a versare tutti gli emolumenti, a lui dovuti per tali attività, nel conto dell'entrata del bilancio dell'amministrazione d'appartenenza, affinché siano destinati a incrementare il fondo di produttività o fondi equivalenti». Le risorse vanno quindi al fondo per la contrattazione decentrata dell'ente da cui il lavoratore dipende. È da sottolineare infine che la sentenza di appello ha aumentato la misura della sanzione, portandola al totale dei compensi che il dipendente ha ricevuto per svolgere attività ulteriori senza essere previamente autorizzato, mentre in primo grado in via equitativa era stata prevista una riduzione della misura della sanzione.


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