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Madia: «Licenziare i dipendenti pubblici assenteisti» - Le norme ci sono già, ma non sono applicate

di Marzio Bartoloni

Linea dura contro i "furbetti" del cartellino: «Un dipendente pubblico che dice che va a lavorare e non ci va deve essere licenziato» ha tuonato ieri il ministro della Funzione pubblica, Marianna Madia, durante l'incontro organizzato a Roma da Rete imprese Italia sulla semplificazione nella Pa. Parole, quelle del ministro, riferite a «recenti cronache», come il caso del comune di Sanremo in cui sono state arrestate 35 persone e indagate altre 195.

I «precedenti»
Il ministro invita però a non cadere nella trappola del «luogo comune» per cui «tutti i dipendenti pubblici sono fannulloni», anche se di fronte al problema dell'assenteismo indica una soluzione: mandare a casa il dipendente che imbroglia. Una soluzione su cui il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, non ha dubbi: «Noi imprenditori gli assenteisti potendo li avremmo già licenziati molti anni fa». Alle parole di Madia replica anche l'ex ministro della Pa, Renato Brunetta, che ricorda le sue norme anti fannulloni: «La legge per mandare a casa e licenziare definitivamente i dipendenti pubblici che non lavorano esiste già, è il decreto legislativo 150 del 27 ottobre 2009». Decreto che ha aggiunto proprio una specifica fattispecie legata «all'alterazione dei sistemi di rilevamento» e ad «altre modalità fraudolente». Ma come rileva Sandro Mainardi, docente di diritto del lavoro a Bologna, le regole in realtà ci sono già dal 1994 con i primi contratti collettivi nella Pa. Anzi anche prima: «Basta il codice civile e la clausola del licenziamento per giusta causa», avverte.

Niente applicazione
Peccato però che le norme non vengano applicate quasi per nulla: su quasi 7mila procedimenti quelli conclusi con licenziamento, la sanzione più forte, sono solo 220, di cui un centinaio per assenteismo. Non a caso la recente riforma della Pa prevede un restyling dell'azione disciplinare che oggi segue un meccanismo con diversi passaggi e attori. Il decreto attuativo che porterà a un nuovo testo unico sul pubblico impiego non farà però parte del primo pacchetto di provvedimenti applicativi della riforma che dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri già la prossima settimana. Intanto Rete imprese Italia denuncia i costi della burocrazia (almeno 30 miliardi). E il suo presidente Carlo Sangalli avverte: il Pil può crescere del 2%, «a patto però che il governo tagli con maggiore forza le tasse su imprese e famiglie e che la legge di stabilitià esprima a pieno i suoi effetti espansivi».


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