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Dal blocco dei fondi «accessori» nuove incognite sul rinnovo dei contratti pubblici

di Gianni Trovati

Le attese dei dipendenti pubblici, scesi ormai sotto quota 3 milioni, sono tutte concentrate sul rinnovo dei contratti bloccati da quando, nel 2010, la crisi di finanza pubblica li ha imbarcati negli sforzi taglia-spesa. Dopo qualche incertezza iniziale, il pacchetto messo dalla manovra sul tavolo contrattuale vale 300 milioni, e il suo arrivo nelle buste paga potrebbe aggirare gli ostacoli sollevati dall'obbligo di applicare la riforma Brunetta che impone di ridurre a quattro i comparti e di dividere i dipendenti di ogni amministrazione in tre fasce di merito.

L'«anticipo»
Ripescando una norma della Finanziaria 2008, infatti, la legge di stabilità apre alla prospettiva di un'erogazione anticipata, da regolare poi con conguagli quando il rinnovo contrattuale arriverà al traguardo. Tutto bene, quindi? Non proprio. Il clima con i sindacati si è subito scaldato sulle risorse (per sabato è in programma una manifestazione della scuola), che spalmate su tutti i dipendenti si trasformerebbero in aumenti medi intorno ai 60-70 euro lordi annuali. Sulla quantificazione, però, pesa anche il fatto che Corte costituzionale, nella sentenza con cui ha imposto la ripresa dei rinnovi contrattuali nel pubblico impiego, ha anche "salvato" il vecchio blocco, per cui i calcoli si basano sul recupero della sola mini-inflazione attuale. Il nodo più intricato, però, è rappresentato dal congelamento delle risorse per il trattamento accessorio di ogni amministrazione, che nelle ultime versioni della bozza di manovra ha sostituito il taglio del 10% alle retribuzioni di risultato dei dirigenti.

Blocco degli accessori
Il punto è proprio questo: se non si possono toccare le risorse dei trattamenti accessori, gli aumenti, piccoli o grandi che siano, devono finire tutti sul tabellare? Un'ipotesi del genere sarebbe in linea con il mero recupero dell'inflazione, ma solleverebbe problemi tecnici non semplici e soprattutto finirebbe per contraddire la linea della "meritocrazia" evocata da tutte le ultime riforme della Pa. Proprio l'attesa dell'attuazione della legge Madia, con l'introduzione del ruolo unico dei dirigenti, spinge la manovra a bloccare il reclutamento di nuove figure di vertice, rendendo «indisponibili» i posti liberi in dotazione organica che non siano coperti al 31 dicembre (norma che forse potrà produrre qua e là una corsa alla copertura con incarichi a termine). Per tutta la Pubblica amministrazione, poi, viene confermato l'abbassamento del turn over al 25%, anticipato sul Quotidiano degli enti locali e della Pa di ieri.


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