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Statali, riparte la macchina dei contratti con l'incognita della riforma Brunetta

di Gianni Trovati

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Riparte ufficialmente la macchina dei rinnovi contrattuali nel pubblico impiego. A riaccenderla è il ministro della Pa Marianna Madia, che ha dato mandato all'Aran di riaprire i tavoli per ridisegnare i comparti pubblici. Prima di ridiscutere di contratti, infatti, è indispensabile attuate quella parte della riforma Brunetta che riduceva da 12 a 4 i settori della Pubblica amministrazione, e che dal 2009 a oggi è rimasta dimenticata. Certo, il blocco dei rinnovi arrivato nel 2010 non ha aiutato, ma a fermare il ridisegno della geografia pubblica sono state anche parecchie resistenze interne ai settori, perché l'operazione è tutt'altro che formale. Non è solo questa, del resto, l'incognita sollevata dalla riforma Brunetta sulla ripartenza della contrattazione.

Il nodo della rappresentatività
In pratica, la riforma prevede di accorpare i 12 settori attuali in 4 grandi aree, composte rispettivamente da Stato, Regioni e sanità, enti locali e camere di commercio e infine scuola e università. Cambiare i confini di ogni comparto ha parecchie conseguenze, sia sul piano sindacale sia su quello, sostanziale, degli effetti in busta paga. Prima di tutto, allargare l'ambito di ogni comparto impone di ricalcolare i parametri di rappresentatività, basati sulla media che ogni sindacato ottiene fra iscritti e voti nelle elezioni dei rappresentanti. Per sedersi ai tavoli, occorre raggiungere l'asticella del 5%, impresa ovviamente più complicata quando i comparti si allargano. E non è solo una questione di allargamenti: nella nuova architettura finora solo immaginata dalla Brunetta, per esempio, gli 80mila dipendenti delle Regioni dovrebbero abbandonare Comuni e Province per confluire nella sanità, un mare magnum con oltre 600mila persone. Il caso più eclatante è però quello di Palazzo Chigi: le 2.300 persone che dipendono dalla presidenza del Consiglio hanno finora vissuto in un comparto a sé, e con la riforma dovrebbero entrare in un maxi-settore da centinaia di migliaia di persone che comprende di fatto tutta la Pubblica amministrazione centrale.

L'impatto sugli stipendi
Fra i diversi comparti, poi, si sono stratificate negli anni differenze significative in busta paga, che non sarà semplice ricondurre all'interno di futuri contratti unici. Ancora una volta è la presidenza del Consiglio a fornire l'esempio di più immediata evidenza: secondo i dati dell'ultimo conto annuale del personale condotto dalla Ragioneria generale dello Stato, un impiegato medio di Palazzo Chigi costa 43mila euro, contro i 35mila euro medi incontrati nelle agenzie fiscali e i 27.500 registrati nei ministeri. Rimettere insieme tutto questo non sarà semplice. Per raggiungere l'obiettivo potrebbe essere utile usare lo strumento degli integrativi, redistribuendo i carichi fra stipendio tabellare e trattamento accessorio.

L'incognita della valutazione
Anche su questo punto, però, interviene un'altra regola cardine della riforma Brunetta, dimenticata per anni ma perfettamente in vigore. Si tratta delle tre fasce che, in nome della «meritocrazia» che occupò per anni il dibattito pubblico fra prima della gelata dei contratti, impone di assegnare al 25% dei dipendenti il 50% del fondo accessorio destinato a remunerare le performance individuali, distribuire l'altro 50% al 50% del personale e lasciare a secco l'ultimo 25% che si è rivelato meno brillante. Già, ma con quale sistema di valutazione? L'infrastruttura della valutazione è ancora tutta da costruire, e non aiuterà la dote che sarà messa a disposizione dalla manovra per il rinnovo contrattuale: tutto lascia supporre che la copertura non si allontanerà molto dal "minimo sindacale", cioè il miliardo più o meno abbondante che serve per recuperare la mini-inflazione dell'ultimo anno, e la scarsità di risorse non è la premessa migliore per far partire un sistema di valutazione inedito dopo sei anni di buste paga congelate.


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