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Precari delle scuole comunali, la circolare non risolve i problemi del Campidoglio

di Nicola Da Settimo

La circolare della Funzione pubblica n. 3 del 2 settembre 2015 sui limiti di durata dei rapporti di lavoro del personale delle scuole comunali (si veda anche l'articolo pubblicato ieri sul Quotidiano degli enti locali e Pa) è stata emanata per risolvere l'ennesimo rebus nato in seno al Comune di Roma. Infatti, l'articolo 2, comma 4 del bando del 14 agosto per assumere i supplenti presso le scuole dell'infanzia (e asili nido) di Roma per l'anno scolastico 2015/2016, prevede che non possono partecipare alla procedura selettiva coloro i quali abbiano già svolto l'attività di educatore di nido o insegnate della scuola dell'infanzia, con contratti a tempo determinato presso lo stesso Comune di Roma oltre il limite massimo di trentasei mesi, anche non continuativi.

Le proteste
La previsione ha scatenato le proteste dei precari che avrebbero perso il posto di lavoro, appoggiati dallo stesso assessore all'Istruzione di Roma, Marco Rossi Doria. Anche l'Anci, l'Associazione dei comuni, ha chiesto «di confermare, in ossequio al fondamentale principio costituzionale di eguaglianza, nonché di parità di trattamento per fattispecie analoghe, e stante l'esigenza garantire l'erogazione di servizi essenziali per la cittadinanza, nonché assicurarne la piena continuità, l'interpretazione già consolidata che assimila il personale educativo e scolastico degli asili nido e scuole dell'infanzia comunali al regime previsto per le istituzioni statali in seguito all'entrata in vigore della nuova normativa stabilita dall'articolo 29, comma 2, lettera c) Dlgs 81/2015, in combinato disposto con le previsioni di cui all'articolo 1, commi 131 e 132 della legge 107/2015».

La circolare
La circolare conferma questa tesi, affermando in sostanza che l'articolo 29, comma 2, lettera c), citato esclude dal limite di durata i contratti a tempo determinato stipulati con il personale docente ed Ata per il conferimento delle supplenze, a causa dell'esigenza di garantire la costante erogazione del servizio scolastico, esigenza che riguarda sia le scuole statali, sia quelle comunali, per cui la disposizione non distingue tra le une e le altre. Invece, il comma 131 della legge 107 (Buona scuola), che stabilisce il tetto di durata di 36 mesi, è applicabile espressamente solo alla scuola statale e non si estende alle scuole comunali, anche perché la previsione è stata dettata nell'ambito del piano straordinario di sistemazione del precariato delle scuole statali. Tanto è vero che il successivo comma 132, relativo allo stanziamento di risorse per il pagamento di eventuali condanne, è a sua volta strumentale al definitivo superamento dei problemi del precariato scolastico.

L'ipotesi
Resta da chiedersi se questo via libera ai Comuni (che possono prorogare i rapporti di lavoro del personale scolastico alle loro dipendenze anche dopo i tre anni), con la raccomandazione che ciò avvenga nell'ambito di un programma di assunzioni, non sia una sorta di cambiale in bianco che dovrà essere onorata in futuro dallo Stato. Infatti, per questa fase transitoria, in cui i Comuni potranno valutare «la sussistenza delle ragioni oggettive che consentano di reiterare i contratti di lavoro a tempo determinato al fine di corrispondere alle esigenze improcrastinabili collegate all'inizio del presente anno scolastico», nessuna risorsa aggiuntiva viene individuata per far fronte alle eventuali condanne per superamento dei 36 mesi, a differenza di quanto previsto per la scuola statale dal citato comma 132 della Buona scuola.


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