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Commissione di concorso valida anche se non si rispetta la riserva per le donne

di Vittorio Italia

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

È legittima la composizione della commissione giudicatrice di un concorso pubblico interno per il personale di una Regione, anche se non rispetta le norme che stabiliscono che almeno un terzo dei posti deve essere riservato alle donne. Così ha deciso il Consiglio di Stato, Sezione V, sentenza 20 agosto 2015 n. 3959, che ha precisato nella motivazione che «la mera circostanza che una Commissione non rispetti tale proporzione di genere (…) non implica effetti vizianti delle operazioni concorsuali, salvo che non denoti una condotta discriminatoria in danno dei concorrenti di sesso femminile».

Regole e motivazioni
La sentenza non è persuasiva, per le seguenti ragioni:
1) Le norme vigenti (articoli 29 del Dlgs 546/1993 e 9, comma 2, del Dpr 487/1994) prescrivono che «almeno un terzo» dei posti nelle Commissioni deve essere riservato, «salvo motivata impossibilità», alle donne;
2) queste norme regolano la composizione delle commissioni e non la loro attività. Solleva quindi dei dubbi la tesi che le operazioni concorsuali sarebbero illegittime soltanto se l' "attività" della Commissione fosse discriminatoria verso i concorrenti di sesso femminile;
3) il parametro della legittimità della commissione è stabilito innanzitutto per quanto riguarda la sua composizione. In conseguenza, una commissione composta in modo difforme da quanto stabiliscono le norme è illegittima, e le operazioni concorsuali - solo per questo motivo - dovrebbero essere annullate;
4) nell'ipotesi che la Commissione, composta in modo difforme da quanto stabiliscono le norme, operi con attività discriminatorie, si determinerebbero "due" illegittimità. La prima, per la "composizione" illegittima della commissione. La seconda, per la sua illegittima "attività". Non si potrebbe quindi argomentare dalla mancanza di "attività" discriminatoria per considerare legittima la "composizione" di una Commissione che non rispetta quanto stabilito dalle norme.
In contrario a quanto esposto si potrebbe obiettare che se la regola di almeno un terzo dei componenti di sesso femminile fosse applicata a tutte le commissioni giudicatrici dei pubblici concorsi, vi sarebbero molte difficoltà per la nomina di queste commissioni e lo svolgimento dei concorsi. Ma l'obiezione non sarebbe persuasiva. Le regole della pari opportunità attuano il principio costituzionale di eguaglianza e devono essere osservate. La loro violazione non potrebbe essere giustificata con l'argomento della difficoltà della loro applicazione.


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