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Addio alle dotazioni organiche per far partire la mobilità

di Francesco Verbaro

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Il progressivo superamento della dotazione organica è uno dei principi della delega per il riordino della Pa (legge 124/2015), contenuto nell'articolo 17 sul «Riordino della disciplina del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche». Un principio di semplificazione e che come tale andrebbe salutato con favore. Per conoscere meglio la nostra Pa, in termini di leggi e comportamenti, è utile soffermarsi su questo strumento di controllo della spesa e sugli effetti possibili derivanti dalla futura soppressione.

Un vecchio strumento
Il principio guida di governo delle risorse umane nelle Pa in questi anni è stato prevalentemente quello della riduzione dei costi. Pochi sono stati i ragionamenti di carattere "qualitativo" sulle dotazioni organiche, che ricordiamo costituiscono le caselle dei fabbisogni, le quali sono state invece sacrificate sull'altare di concertazioni e contrattazioni con le organizzazioni sindacali, soprattutto attraverso la trattativa di secondo livello.
Un fenomeno comune a tutte le amministrazioni ha visto, infatti, le dotazioni organiche trasformarsi in pochi anni, assumendo la forma delle piramidi rovesciate per consentire al personale di categoria/qualifica inferiore di progredire nei livelli superiori. Per piegare le dotazioni organiche alle esigenze interne, di progressione di carriera, come stabilite per molto tempo dai contratti collettivi (di dubbia legittimità), i profili delle dotazioni organiche sono rimasti quelli stabiliti all'inizio degli anni '80, gran parte amministrativo e amministrativo contabile. Ciò ha impedito tra l'altro l'ingresso di figure tecniche e di nuove professionalità che sono state necessariamente reclutate all'esterno attraverso appalti e collaborazioni autonome.
La rimodulazione e l'aggiornamento delle dotazioni organiche che doveva rispondere ai cambiamenti di funzioni, alla tecnicizzazione delle politiche pubbliche, alle esternalizzazioni e internalizzazioni di funzioni, ha risposto invece alle relazioni industriali del settore pubblico, altamente inquinate da concertazione e contrattazione, che la politica in cerca di consenso e la dirigenza debole riconoscevano continuamente ai sindacati, anche sull'organizzazione e sulla programmazione dei fabbisogni.
Per consentire le progressioni orizzontali e verticali, esplose nel decennio 1998-2008, le amministrazioni usavano collocare in soprannumero il personale, in attesa che quello di livello superiore liberasse i posti per progredire a sua volta nel gradino più in altro. Ci volle, ancora una volta, una norma per bloccare questa cattiva prassi, che vietò «situazioni di soprannumerarietà di personale, anche temporanea» (articolo 6, comma 1, Dlgs 165/2001). Così come ci volle una norma per dire che, in caso di esternalizzazioni (articolo 6-bis del Dlgs 165/2001) o in caso di creazione di società partecipate (articolo 3, comma 30, della legge 244/2007), si sarebbero dovuto ridurre le dotazioni organiche. Qualcosa di scontato nel privato, ma per nulla nel settore pubblico.
Le dotazioni organiche quindi non hanno più costituito un limite per la spesa in quanto il blocco delle assunzioni ha avuto una funzione ancora più radicale, ma hanno evitato un ulteriore stravolgimento dei fabbisogni rispetto alle richieste politico sindacali.

Un nuovo principio
Il principio di delega contenuto nella legge di riforma prevede precisamente il «progressivo superamento della dotazione organica come limite alle assunzioni fermi restando i limiti di spesa anche al fine di facilitare i processi di mobilità». Tecnicamente l'abolizione delle dotazioni organiche non costituisce oggi, dati i vincoli sulle assunzioni, un reale limite al reclutamento. Con reintegri parziali le dotazioni organiche, appositamente rimodulate, in via autonoma, consentono le assunzioni desiderate dalle amministrazioni.
Da un lato questo strumento non serve a limitare la spesa, ma dall'altro è utile per fotografare i fabbisogni permanenti rispetto alle funzioni e a individuare i profili corrispondenti. Il rischio è di non avere uno strumento di opposizione alle ulteriori pressioni di stabilizzazione o ricollocazione del personale, che solitamente sono in contrasto con gli interessi delle amministrazioni. Il rischio insomma è quello di trasformare le amministrazioni in luoghi di ricollocazione senza riuscire a opporre le esigenze pubbliche e aziendali di funzionamento. Senza dotazioni organiche, le amministrazioni troveranno maggiori difficoltà a dimostrare e dichiarare le eccedenze. Anche se parliamo di un fenomeno rarissimo nelle Pa.
Certamente l'eliminazione delle dotazioni organiche toglie una barriera all'assunzione di personale tramite mobilità. Spesso le amministrazioni hanno opposto la mancanza di vuoto di organico alle richieste di mobilità.
Dovrebbe bastare comunque la programmazione triennale dei fabbisogni a indicare le necessità dell'Ente e a evitare approcci di reclutamento "supply side", come accaduto per anni, ma non è detto.
La dotazione organica oggettivamente è un vincolo burocratico in più. A un datore di lavoro responsabile, basterebbe la programmazione triennale dei fabbisogni, dettagliata per rendere trasparenti le proprie scelte.
Ma la domanda che ci si pone ogni qual volta si introduce o toglie un vincolo alla Pa è: il datore di lavoro pubblico è responsabile? O lo diventa solo se è costretto per legge?


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