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Impiego pubblico, i presupposti per il compenso del lavoro straordinario

di Giovanni La Banca

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

L'istituto del riposo compensativo attiene al trattamento non economico del lavoro straordinario, costituendo un'espressa alternativa alla monetizzazione della prestazione svolta, come risulta dalle distinte previsioni dedicate, da un lato, al lavoro eccedente l'orario di lavoro e, dall'altro, al servizio prestato nel giorno destinato al riposo settimanale o in quello festivo infrasettimanale, per sopravvenute inderogabili esigenze (Tar Lombardia, Brescia, sezione 1, sentenza 7 luglio 2015, n. 922).
Il diritto al riposo compensativo, in sostanza, impedisce a monte che lo svolgimento di attività lavorativa in giorni festivi possa comportare un'eccedenza rispetto al limite orario e, quindi, che possa porsi in concreto il problema della corresponsione di retribuzione per ore di lavoro straordinario in relazione alle predette prestazioni lavorative domenicali e festive.
Invero, i giorni di riposo compensativo corrispondono a giornate sottratte al lavoro e tuttavia ricomprese nella durata complessiva della prestazione lavorativa ordinaria compensata dalla retribuzione contrattuale, in quanto le ore di cui esse si compongono, che sarebbero di lavoro ordinario, diventano di riposo solo perché già lavorate nei giorni precedenti.
Trattandosi di un vero e proprio diritto posto a tutela della integrità psico-fisica del lavoratore e della dignità della persona, il diritto al riposo compensativo non si prescrive né può essere sottoposto a decadenza per effetto di una mera disciplina interna dell'Amministrazione di carattere secondario.
Inoltre, dalla sua precipua funzione deriva l'assoluta inutilità di un'ipotetica assegnazione di un riposo compensativo da usufruire molto tempo dopo lo svolgimento del lavoro straordinario, allorquando il prestatore non avverta più alcuna necessità fisiologica di riprendersi da uno sforzo compiuto in passato.

La ratio dell'istituto
Il riposo settimanale, dopo sei giorni consecutivi di lavoro, costituisce un diritto irrinunciabile del dipendente, garantito dagli articoli 36, comma 3 della Costituzione e 2109 del Codice civile, sicché alla sua perdita corrisponde il diritto del prestatore a uno specifico compenso, tenuto conto che la qualità del lavoro, ex articolo 36 della Costituzione, deve essere valutata anche con riguardo al maggior costo personale che la prestazione comporta per il lavoratore.
Con la conseguenza che in caso di lavoro nel settimo giorno, con fruizione di riposo compensativo, il datore di lavoro ha l'obbligo di corrispondere una specifica maggiorazione da considerarsi alla stregua di una retribuzione differenziale.
La Consulta ha osservato che deroghe al principio del riposo settimanale dopo sei giorni continuativi di lavoro possono essere previste non solo da norme di legge, ma anche da contratti, sia collettivi sia individuali.
Le stesse, poi, sono da considerarsi legittime solo se siano imposte dalla necessità di tutela di interessi apprezzabili, se non venga eluso nel suo complesso il rapporto tra sei giorni di lavoro e uno di riposo e sempre che non vengano oltrepassati i limiti di ragionevolezza (cfr. Tar Lombardia, Milano, n. 1879/2014; nonché Tar Puglia, Lecce n. 1714/2014).

La normativa di riferimento
La legge 27 dicembre 2013, n. 147 (cosiddetta legge di stabilità 2014), all'articolo 1, comma 476 ha stabilito, come rilevato, che la prestazione lavorativa resa nel giorno destinato al riposo settimanale o nel festivo infrasettimanale non dà diritto a retribuzione a titolo di lavoro straordinario se non per le ore eccedenti l'ordinario turno di servizio giornaliero.
Tale disposizione, in altri termini, non ha fatto altro che confermare, con interpretazione autentica, la correttezza dell'inquadramento giuridico posto a base del mancato riconoscimento, da parte del Ministero dell'Economia e delle Finanze, degli emolumenti previsti per il lavoro straordinario in aggiunta al riposo compensativo.


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