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Il comportamento del dipendente pubblico nei rapporti privati

di Vittorio Italia

La posizione che si ricopre nell'amministrazione non può essere né menzionata né sfruttata per ottenere utilità: così stabilisce l'articolo 10 del Codice

La disciplina del dipendente pubblico nei rapporti privati è stabilita dall'articolo 10 del Codice di comportamento, che ha come titolo "Comportamento nei rapporti privati".
Non si tratta di un galateo dell'impiegato pubblico, ma di regole giuridiche sul suo comportamento nei rapporti privati, che potrebbero condurre (anche se la previsione è molto labile) a sanzioni disciplinari. Questo articolo è simile all'articolo 9 del precedente Codice di comportamento, che aveva come titolo: "Comportamento nella vita sociale", ma presenta dei problemi pratici particolari, che possono essere esaminati seguendo la lettera della norma.
1. Innanzitutto è stabilita l'ipotesi del dipendente nei rapporti privati.
Questa è l'ipotesi più ampia, che ricomprende tutti i rapporti del dipendente pubblico con tutti gli altri privati e con gli altri dipendenti pubblici.
Viene poi precisato "comprese le relazioni extralavorative nel pubblico ufficiale nell'esercizio delle loro funzioni".
Questa ipotesi fa riferimento e si ricomprendono le relazioni extralavorative con pubblici ufficiali nell'esercizio delle loro funzioni, ma si deve qui rilevare che l'espressione relazioni extralavorative riguarda il dipendente, e non i pubblici ufficiali che, se intrattengono relazioni extralavorative, non sono nell'esercizio delle loro funzioni. La norma appare quindi di dubbia interpretazione, perché vi è una contraddizione interna. La soluzione di questo problema pratico è che il dipendente dovrà osservare la regola anche nelle relazioni extralavorative (es. una cerimonia, un convegno) nei quali si può intrattenere con pubblici ufficiali che - anche nelle occasioni come quelle citate - sono sempre nell'esercizio delle loro funzioni.
In secondo luogo, si deve fermare l'attenzione sulle parole: "non sfrutta né menziona la posizione che ricopre nell'amministrazione".
Le due indicazioni, della menzione e dello sfruttamento, sono collegate assieme, perché logicamente prima di poter sfruttare è necessario menzionare. Ma a parte ciò, l'espressione non sfrutta né menziona significa che non deve sfruttare e non deve menzionare. L'aspetto più interessante di questo divieto è che i due termini sfrutta e menziona sono separati, e quindi vi può essere la violazione di questo dovere soltanto con la menzione. E non si potrebbe affermare che il divieto vale per la menzione unitamente allo sfruttamento, anche se, come si è detto, lo sfruttamento comporta la menzione.
L'oggetto della menzione e dello sfruttamento è costituito dalla posizione che il dipendente ricopre nella amministrazione.
La ragione di questo divieto è che vi è una presunzione che il dipendente abusi della posizione che ricopre nell'amministrazione. Si potrebbe anche aggiungere che questo divieto ha delle radici che vengono da lontano, da una tradizione che è stata accentuata dalla conquista spagnola di molte parti del nostro paese, con i costumi, usanze, tradizioni, dove il rango sociale aveva un grande rilievo, con il conseguente senso di superiorità dell'appartenenza a un ceto sociale.
Da ciò - anche se sono radici che risalgono nel tempo - il divieto di menzione o di sfruttamento della posizione che egli ha nell'amministrazione.
L'aspetto più singolare è che questo divieto è condizionato, e si stabilisce: "al fine di ottenere utilità che non gli spetti". Il divieto - se si considera la ragione di questo impedimento - vale anche nell'ipotesi che il dipendente ritenga che determinate utilità gli spettino.
Un altro punto che merita di essere considerato è previsto nell'inciso finale dell'articolo 10, che stabilisce: "né assume altro comportamento che possa nuocere all'immagine dell'amministrazione".
Questa formula riguarda in generale qualunque comportamento che non determini subito un danno all'immagine dell'amministrazione, ma che abbia la possibilità di nuocere a questa immagine. L'espressione "danno all'immagine" è simile alla previsione di questo danno quale è stata formulata, prima dalla Corte dei conti, e poi stabilita in talune norme del diritto positivo, e fa quindi riferimento alla stima, al prestigio della pubblica amministrazione.
Le ipotesi possono essere numerosissime, e possono riguardare anche comportamenti sciatti o volgari che possono appannare l'immagine della pubblica amministrazione, con le conseguenti responsabilità previste dall'articolo 16 del Codice di comportamento.


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