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Dubbi di incostituzionalità sul divieto di terzo mandato per i revisori

di Michelina Leone (*) - Rubrica a cura di Ancrel

L'articolo 16, comma 25 del Dl 138/2011 ha disegnato un diverso iter procedimentale per la nomina dell'organo di revisione negli enti locali: il Consiglio comunale non «sceglie» liberamente i revisori dei conti, bensì li «nomina» all'esito di una«estrazione a sorteggio» tra tutti i revisori dei conti che nell'intero territorio regionale, dotati di titoli idonei, sono iscritti nell'Albo di competenza. Tale “sorteggio” non è affidato agli enti locali, bensì devoluto a un “algoritmo” gestito in modo automatico ed imparziale dal centro informatico del ministero dell'Interno. L'indirizzo della giurisprudenza amministrativa, sia nel previgente assetto normativo, sia in quello attuale, (si veda la modifica dell'articolo 235 del Tuel, introdotta dall'articolo19,comma 1 bis, lettera a, del Dl 66/2014) preclude sempre, e comunque, l'attribuzione di un terzo incarico dopo una seconda rielezione. Si è precisato che se pur la modifica all'articolo 235 del Tuel apportata dall'articolo19, comma 1 bis, lettera a), del Dl 66/2014, sia scaturita da un diverso regime (non scelta diretta da parte del Consiglio comunale, bensì estrazione a sorte da un elenco gestito dalla Prefettura), non abbia assolutamente inciso sulla ratio originaria dell'articolo 235 del Tuel: evitare il consolidamento, all'interno del medesimo ente, da parte dell'organo di revisione.

Sulla rilevanza o meno della consecutività
Con riferimento alle implicazioni pratiche dell'originario testo dell'articolo 235 del Tuel, si contendono il campo due distinti orientamenti della giurisprudenza amministrativa:
1) il primo di cui sono portatori Tar Puglia, sezione di Lecce, sentenza n. 3143/2009, Consiglio di Stato, sezione V, ordinanza n. 5324/2009, Tar Lazio con sentenza n. 7133/2014 ove si opina, sostanzialmente, che l'inconferibilità di un terzo incarico sia da escludersi allorquando non sia consecutiva ai primi due incarichi triennali;
2) il secondo, sostenuto, in particolare, da Consiglio di Stato, sezione V, sentenza n. 5976/2014, ove si dispone che la norma escluderebbe ex se lo svolgimento dell'incarico del revisore dei conti presso ente locale per una terza volta «indipendentemente dal fatto che gli incarichi gli stessi siano, o meno consecutivi».
Quanto innanzi detto è favorito da alcune osservazioni critiche: le due antitetiche posizioni della giurisprudenza amministrativa si equivalgono. Sia i giudici di primo grado sia i giudici di secondo grado, sono stati chiamati a dirimere il «tema», e ognuno ha fondato le proprie «convinzioni» su basi quantomeno «equivalenti».
In questi casi non prevale la giurisprudenza ultima solo perché nuova rispetto alla precedente; occorre, invero, esaminare se la giurisprudenza nuova abbia, o meno, considerato espressamente la precedente e se si sia motivatamente, o meno, incamminata su un diverso, persuasivo, percorso discostandosi da essa.

L’orientamento possibilista
La quinta sezione del Consiglio di Stato, con la sentenza n. 59767/2014 ha riformato la sentenza di primo grado del Tar Lazio ma, da un canto, ha completamente omesso di considerare che esisteva una posizione della stessa V sezione (ancorché con ordinanza) di segno motivatamente opposto, dall'altro canto ha motivato la propria decisione in modo “generico” limitandosi a richiamare i principi generali desumibili dall'articolo 97 della Costituzione.
Il tutto senza considerare:
a) che esiste un altro principio costituzionale da valutare, che appare più pertinente all'inquadramento e soluzione nel contesto normativo in considerazione: ovvero il «principio di proporzionalità e ragionevolezza dell'azione amministrativa»;
b) che nell'ordinamento è stato introdotto un nuovo sistema ove non è più il Consiglio comunale che sceglie direttamente e immediatamente il Revisore dei conti che più, per così dire, «gli aggrada».
Come ha avuto modo di stigmatizzare nella propria ordinanza il Consiglio di Stato, e ancora in modo più perspicuo il Tar Lecce con la sentenza n. 3143/2009: deve prevalere una «razionalizzazione del sistema» che (per il solo fatto che siano decorsi lunghi lassi temporali tra un incarico e un altro) «rende evanescente ogni forma di condizionamento da parte degli elettori e di radicamento da parte dell'eletto».

Osservazioni conclusive
Se si analizza l'aspetto normativo di riferimento (sia l'originario sia il nuovo) non alla sola luce dell'articolo 97 della Costituzione, però, emerge che, ove applicata nel suo significato letterale, la norma genera un'oggettiva aberrazione che non ha alcun razionale supporto; essa impone un vero e proprio veto costituito dal divieto per il soggetto che assolva per due sole volte un determinato incarico, per tutta, ma proprio per tutta, la sua vita professionale, anche a distanza di moltissimi anni, di poter nuovamente e per una terza volta assolvere tale incarico presso il medesimo ente. Tirando le fila del discorso, ricordando che quando il Legislatore ha voluto prevedere un divieto assoluto (articolo 135 della Costituzione per i giudici costituzionali) o, un divieto relativo (articolo 104 della Carta per i membri del Csm) lo ha espressamente previsto (quod lex voluit dixit...),si ritiene che la mancanza di continuità normativa renda non revocabile in dubbio la possibilità di elezione per un altro mandato nello stesso Comune. D'altro canto la legge non dispone che per l'avvenire (articolo 11 delle Preleggi), ragione per la quale la incompatibilità di cui al «nuovo 235» si ritiene debba comunque applicarsi solo ai sorteggi avvenuti dopo la sua entrata in vigore, anche in considerazione del dato letterale atteso che non vi è continuità normativa tra il «vecchio 235» (una sola elezione, totale 6 anni con possibilità di nuova elezione dopo una pausa) e la nuova norma (non più di due volte per sempre). Appare quindi quanto mai necessaria una riflessione della magistratura nel merito.

(*) Revisore legale


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