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La Consulta «salva» l’Imu agricola del 2014-15

di Gianni Trovati

Il groviglio normativo che ha regolato (si fa per dire) il pagamento dell’Imu sui terreni agricoli nel 2014-2015 supera l’esame della Corte costituzionale. I Comuni, quindi, possono procedere con gli accertamenti a carico dei tanti proprietari che, ubriacati dal continuo cambio di regole di quel periodo, non hanno pagato l’imposta o ne hanno versato una somma inferiore a quella dovuta.
È questa la conseguenza principale della sentenza 17/2018 depositata venerdì, con cui la Consulta (presidente Grossi, relatore Carosi) ha chiuso una delle vicende più inutilmente complicate nella storia recente della fiscalità locale.

La vicenda
Tutto nasce nell’aprile del 2014, quando il decreto 66 introduce il bonus da 80 euro e per finanziarne una parte minuscola (359 milioni su 10 miliardi) smuove le acque fino ad allora tranquille dell’Imu sui terreni. Il provvedimento, con l’obiettivo di ampliare il numero di proprietari paganti, divide i Comuni in tre fasce («montani», con terreni tutti esenti, «parzialmente montani», con esenzione solo per i coltivatori diretti, e «non montani», senza esenzioni) sulla base della loro altitudine, misurata alla sede del municipio. Il parametro, oltre ad accendere la curiosità degli osservatori, aveva innescato subito un fitto contenzioso che aveva portato il Tar Lazio a sospendere il tutto. Anche se limitato, il gettito era però prezioso, perché serviva a non sforare il tetto del deficit al 3% del Pil; a inizio 2015, allora, il governo è intervenuto in maniera retroattiva ripensando la tripartizione, e fondandola sull’elenco Istat dei Comuni montani. Il tutto in una girandola di scadenze che ai contribuenti in grado di adeguarsi ha permesso di pagare a inizio 2015 anche l’imposta del 2014. Nemmeno la nuova regola ha avuto vita facile, perché contro di lei si sono attivati anche i Comuni lamentando una perdita di entrata nel complesso giro delle compensazioni, e a fine 2015 è stata cancellata dalla manovra che ha riportato il tutto alle vecchie regole del 1993.

La decisione
Proprio il conflitto con gli enti locali è arrivato sul tavolo della Consulta, che però ha giudicato legittima la norma non ritenendola oltre «la soglia della palese irragionevolezza» perché ancorata a un elenco Istat fondato su criteri articolati. L’Imu 2014-2015 misurata da quella regola, quindi, è dovuta: e gli accertamenti sono legittimi.


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