Home  › Fisco e contabilità

Tari, chi paga per chi non paga?

di Luciano Benedetti (*)- Rubrica a cura di Anutel

La recente vicenda della «quota variabile sulle pertinenze delle abitazioni» ha portato alla ribalta una, e non la principale, delle difformità di calcolo della Tari fra i Comuni italiani. Non è una novità la considerazione che ottomila regolamenti, ottomila piani finanziari, ottomila articolazioni diverse delle tariffe domestiche e non domestiche determinano sul territorio nazionale una grande variabilità del carico tributario, molto spesso non giustificato da oggettive differenze sul piano del principio «chi inquina paga». Ma c'è una domanda su un aspetto più specifico della Tari a cui oggi si danno risposte diversissime: «chi paga per chi non paga?». In altri termini, come la Tari non riscossa si ripercuote sulla spesa dei contribuenti adempienti?
Bisogna in primo luogo ricordare che la legge n. 147/2013 impone a ogni Comune di approvare annualmente un piano finanziario della Tari (comma 683), di commisurare la tariffa tenendo conto dei criteri del «metodo normalizzato» di cui al Dpr 158/1999 (comma 651), di includere fra i costi gli eventuali mancati ricavi relativi a crediti risultati inesigibili con riferimento alle previgenti Tia1, Tia2 e Tares (comma 654-bis).
La scarsa precisione e univocità di tali indicazioni normative ha fatto versare fiumi di inchiostro ai commentatori e agli interpreti; l'introduzione a regime dell'armonizzazione contabile degli enti locali ha poi introdotto un ulteriore argomento, ossia il calcolo del Fondo crediti dubbia esigibilità nel bilancio comunale (Fcde). Fra le varie caratteristiche, il Fcde ha anche quella di richiedere frequentemente a preventivo un accantonamento superiore rispetto alla congruità verificata a rendiconto.

Le interpretazioni
Le interpretazioni delle norme a cui i Comuni oggi aderiscono in sede di piano finanziario Tari oscillano di fatto fra due estremi, che appaiono entrambi poco ragionevoli: quello minimale, secondo il quale i crediti Tari a rischio non si caricano affatto sulla tariffa o lo si fa molto tardi, ossia solo dopo che sono «definitivamente risultati inesigibili»; quello massimale, in cui l'elevato accantonamento al Fondo crediti dubbia esigibilità del preventivo viene totalmente ribaltato sulla Tari, magari anche sommandolo agli stralci dei crediti di anni precedenti. Sembra accademia ma non lo è affatto e lo dimostra l'esame comparato di un campione significativo e teoricamente omogeneo, quello dei 10 Comuni italiani più grandi nella fascia di popolazione subito sotto i 200mila abitanti.
Per il 2017 tali enti hanno approvato piani finanziari compresi fra 29 e 55 milioni di euro, con una Tari media per abitante compresa fra 157 e 354 euro; variabilità di per sé non sorprendente se si tiene conto di alcune difformità: caratteristiche territoriali, modalità di spazzamento, raccolta e smaltimento, dotazione impiantistica, presenza più o meno marcata di utenze non domestiche (ad esempio industriali o turistiche), ecc. Quello che invece stupisce è il diversissimo peso della quota di tariffa che copre i crediti inesigibili. La media del campione è del 6,4% ma in due casi l'accantonamento è pari a zero; in un caso è dello 0,5% (limite che si rifà a quello «suggerito» dalle istruzioni ministeriali per la Tares nel 2013); cinque Comuni applicano, con modalità o motivazioni diverse, percentuali comprese fra l'1,9% e l'8,1%; in un caso, in cui si replica in tariffa il Fcde di bilancio, si supera il 15%; infine, in un altro ente la somma fra accantonamento al fondo rischi e le radiazioni porta perfino oltre il 20% della tariffa. La diversificazione non appare minimamente correlata né all'entità del piano finanziario comunale né alla collocazione Nord/Sud, fatta salva qualche somiglianza nelle politiche tariffarie adottate dai tre comuni emiliani del campione.

Il caso
Facciamo l'esempio di una famiglia di tre persone che vive in 100 metri quadri e collochiamola agli estremi dei casi qui analizzati. Se vive nel Comune X, la famiglia non paga niente per coprire «l'insolvenza dei vicini», mentre nel Comune Y subisce un aggravio annuale di ben 86 euro. È verosimile che un campionamento su Comuni di altre fasce demografiche avrebbe dato risultati analoghi in termini di variabilità.
A livello nazionale dovrebbero essere fissati più nettamente i criteri e i limiti minimi e massimi vincolanti per quantificare l'accantonamento al fondo rischi su crediti della tassa rifiuti. In tal modo il piano finanziario Tari e conseguentemente la tariffa conterranno una quota percentuale (che, si ritiene, dovrebbe collocarsi intorno al range centrale del campione di cui si è parlato) tesa a fronteggiare la cosiddetta insolvenza «fisiologica» sulla Tari.

(*) Componente del Consiglio Generale Anutel


© RIPRODUZIONE RISERVATA