Home  › Fisco e contabilità

L'Ente locale e la compensazione delle spese di giustizia

di Fabio Borrello (*) - Rubrica a cura di Anutel

Può accadere che in giudizio il ricorrente decida di rinunciare al ricorso, ai sensi dell'articolo 44, comma 2 del Dlgs n. 546 del 1992, rubricato «estinzione del processo per rinuncia al ricorso» il quale stabilisce, per il ricorrente che rinuncia al ricorso di rimborsare le spese alle altre parti salvo diverso accordo fra loro.
Il successivo articolo 46 disciplina l'estinzione del giudizio, precisando che le spese restano a carico della parte che le ha anticipate, salvo diversa disposizione di legge.
Tuttavia, se alla rinuncia segue anche un diverso accordo rispetto alla previsione che a sostenere le spese sia il ricorrente, occorrerà il consenso di parte resistente. Ebbene, diversamente da quanto avviene tra le parti private, gli Enti locali per sottoscrivere un accordo che preveda la compensazione delle spese, a seguito della rinuncia al ricorso, devono effettuare una vera e propria istruttoria, sotto il profilo tecnico e legale.
Difatti, sui funzionari pubblici gravano responsabilità amministrative, che non possono essere liquidate con troppa leggerezza.

Il principio della soccombenza
Particolare cautela deve essere riservata in considerazione del quadro sia legislativo (articolo 91 Cpc e seguenti e articolo 15 del Dlgs n. 156/1992) che giurisprudenziale, ormai volti a limitare la prassi della compensazione delle spese tra le parti, per approdare alla piena applicazione del principio di soccombenza, che pone a carico del perdente in giudizio e a favore della parte vittoriosa la responsabilità per le spese del processo. Con specifico riguardo al processo tributario l'articolo 15 del Dlgs n. 156/1992 statuisce che: la parte soccombente è condannata a rimborsare le spese di giudizio, ancora il comma 2, consente la compensazione in tutto o in parte delle spese soltanto in caso di soccombenza reciproca o qualora sussistano gravi ed eccezionali ragioni che devono essere espressamente motivate.
Compensazione delle spese, non consentita al giudice se non in queste ipotesi, ma che è comunque lasciata alla libera determinazione tra ricorrente e resistente.

La compensazione per rinuncia al ricorso
Ogni caso non può che essere risolto alla luce del merito della singola fattispecie, più in particolare, qualora si volesse procedere con la transazione che preveda la compensazione delle spese di lite a seguito della rinuncia del ricorso di parte ricorrente, la pubblica amministrazione è tenuta al rispetto di determinati canoni.
Infatti, per non incorrere in responsabilità amministrativa, la scelta del funzionario, di accedere all'accordo deve essere riconducibile a canoni di razionalità, di logica, di convenienza e della correttezza gestionale, in modo da risultare in perfetta sintonia non solo con l'interesse tutelato dall'amministrazione, ma anche con quelli secondari di immediata percezione, nella specifica situazione presa in considerazione in sede transattiva.
Di contro, è ravvisabile responsabilità amministrativa:
• nell'accordo transattivo in presenza di manifesta infondatezza della pretesa verso la Pa, al punto tale da escludere la sussistenza di una incertezza sull'esito della lite, cioè dell'elemento di rischio nella situazione giuridica preesistente, considerato presupposto indispensabile per addivenire a un accordo effettivo;
• nella transazione intervenuta nei confronti di un credito prescritto;
• nella transazione manifestamente svantaggiosa per l'amministrazione.
La compensazione delle spese di giudizio, pertanto, troverebbe giustificazione solo nel contrappeso che deriverebbe dalla sussistenza di una questione controversa, derivante dal rischio di una possibile soccombenza anche parziale in giudizio da parte dell'Ente locale, giustificata per esempio da una questione dibattuta in giurisprudenza.
Viceversa, nel caso in cui tale presupposto o altri non si ravvisino, la compensazione delle spese di lite configurerebbe un danno da transazione rientrante nella categoria del danno erariale indiretto ex articolo 28 Costituzione.
Dunque, secondo i dispositivi normativi chi rinuncia al ricorso, deve sostenere le spese del giudizio in mancanza di un diverso patto, pertanto, il funzionario non potrebbe procedere alla compensazione delle spese, in mancanza di un'adeguata istruttoria sotto il profilo tecnico e legale, nei termini sopra indicati, che tenga conto della tutela del Comune.
Questo stesso ragionamento giuridico, pur a parti invertite, è stato fatto proprio dalla sentenza n. 7273 del 2016 della Corte di cassazione, riguardante l'impugnazione di una sentenza della Commissione tributaria regionale (Ctr) che aveva disposto la compensazione delle spese di giudizio su una cessata materia del contendere.
Il contribuente pur accettando la rinuncia all'appello, a seguito dell'annullamento in autotutela dell'accertamento e della richiesta formulata dall'Agenzia delle Entrate di estinguere il giudizio e compensare le spese, aveva comunque insistito per la vittoria delle spese di lite.
Il Giudice di ultima istanza, in riforma della compensazione delle spese disposta dalla Ctr, ha ritenuto che la cessazione della materia del contendere per l'annullamento dell'atto in sede di autotutela non comporta necessariamente la condanna alle spese.
Piuttosto, è necessario verificare se tale annullamento consegua a una manifesta illegittimità del provvedimento impugnato sussistente sin dal momento della sua emanazione, perché in tal caso, il contribuente ha diritto al ristoro delle spese. Mentre nella diversa fattispecie in cui vi sia un'obiettiva complessità della materia, l'annullamento d'ufficio può essere considerato un comportamento conforme al principio di lealtà, da premiare con la compensazione delle spese.

(*) Avvocato Tributarista


© RIPRODUZIONE RISERVATA