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Il precedente scoraggiante dell’Iva sulla Tia

di Gianni Trovati

La querelle sui rimborsi della Tari illegittima ha un precedente. Più pesante sul piano finanziario, e poco incoraggiante su quello dei diritti dei contribuenti.

Il precedente
Otto anni fa la Corte costituzionale (sentenza 238/2009) ha dichiarato l’illegittimità dell’Iva che più di sei milioni di famiglie in migliaia di Comuni hanno pagato a lungo sulla Tia, la «tariffa d’igiene ambientale» che è una delle tante antenate della Tari. Nel 2012 la Cassazione (sentenza 3756) ha sancito il diritto al rimborso, ribadito a Sezioni unite nel 2016 (sentenza 5078). Ma un sistema di indennizzi non è mai partito. E per riavere i soldi i cittadini devono ingaggiare un’infinita battaglia giudiziaria, con una selezione darwiniana che esclude i contribuenti meno motivati e così alleggerisce il peso per i conti pubblici. A mettersi di traverso, allora, fu lo stesso governo, come prova una risposta del ministero dell’Economia alla Camera dell’ottobre 2016. «Gli effetti finanziari della restituzione dell’Iva potrebbero essere molto rilevanti», spiegò il governo a un question time proposto, anche quella volta, dai Cinque Stelle, per cui era allo studio «una soluzione idonea a contemperare le istanze dei cittadini utenti del servizio con le esigenze connesse al rispetto dei saldi di finanza pubblica». Tanto studio non portò a nulla.

Una replica di quella strategia difensiva sarebbe ancora più antipatica ora. Per varie ragioni. In gioco oggi ci sono valori complessivi più leggeri rispetto al miliardo abbondante ipotizzato a suo tempo per l’Iva della Tia. E le applicazioni locali hanno inciampato in un’incertezza oggettiva, causata da indicazioni confuse: la povera Tari non ha una legge sua, e si basa sulle regole scritte nel 1993 per la vecchia Tarsu e sulle istruzioni ministeriali elaborate nel 2013 per la Tares, l’ultima delle meteore che hanno preceduto la Tari. Chi ha creato quella incertezza, oggi dovrebbe risolverla.

La Tarip
Ma nella fila delle sigle che percorrono il cielo del fisco sui rifiuti c’è da fare attenzione all’ultimo ritrovato. Si tratta della Tarip, ora applicata in meno di 300 Comuni ma destinata a una fortuna crescente. La «p» finale significa «puntuale», perché la Tarip dovrebbe misurare con precisione la quantità di rifiuti prodotti da ogni cittadino e calibrare su questa base la tariffa. Ma questa puntualità si esercita solo su una quota di rifiuti, quella che non entra nella raccolta differenziata, per cui la sua natura «corrispettiva» (tanto consumo, tanto pago) è già in discussione nelle commissioni tributarie. Se i giudici decideranno che il corrispettivo non c’è, e che anche la Tarip è una tassa normale, diventerà illegittima l’Iva che l’accompagna. E così il gioco dell’oca tornerà al 2009, e allo stesso problema della Tia
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