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Rimborsi Tari senza nuovi aumenti

di Gianni Trovati

I Comuni non possono ribaltare sulle tariffe dell’anno prossimo il costo dei rimborsi agli utenti che finora hanno pagato la Tari resa illegittima dalla moltiplicazione della quota variabile su box, garage e cantine. La precisazione arriva ancora una volta dal dipartimento Finanze, nella risposta a una nuova interpellanza urgentesvolta in Aula alla Camera dal Movimento 5 Stelle (Giuseppe L’Abbate, lo stesso autore del question time che ha riportato in luce la questione delle pertinenze - si veda il Quotidiano degli enti locali e della Pa del 16 novembre ). La risposta ministeriale, riportata a Montecitorio dalla sottosegretaria ai Rapporti col Parlamento Sesa Amici, sembra chiudere quindi la strada imboccata da quegli enti che, come Milano, stavano calcolando le ricadute sulle tariffe 2018 per gli indennizzi da assicurare ai contribuenti che hanno pagato troppo in questi anni. Questo non significa però che il peso dei rimborsi non finisca per essere pagato dalla generalità dei contribuenti dei comuni caratterizzati dalla Tari “gonfiata”: ma sotto forma di conguagli relativi agli anni di applicazione del meccanismo sbagliato.

Il costo del servizio
A complicare la vita è ancora una volta la gabbia del costo del servizio. La Tari serve a finanziare integralmente i costi di raccolta e smaltimento dei rifiuti, secondo i parametri calcolati dal piano economico finanziario. Il mancato gettito di un esercizio, sostiene il dipartimento Finanze sulla scorta del regolamento nazionale, può essere caricata sugli anni successivi solo quando dipende da «riduzione delle superfici imponibili» oppure da «eventi imprevedibili». E fra questi non rientra il caso della moltiplicazione del tributo sulle pertinenze.

L’autonomia regolamentare dei sindaci
Posta questa premessa, il ministero affida all’autonomia regolamentare dei sindaci il compito di trovare il modo di rimborsare chi ha pagato troppo. Ma senza una norma ponte, magari in manovra, non sembrano molte le alternative ai conguagli. O meglio, un’alternativa potrebbe arrivare dal fondo rischi. Le istruzioni ministeriali sulla Tares, l’antenato della Tari che ne ha ereditato le regole, ha chiesto infatti ai piani economico-finanziari che regolano la tassa di mettere da parte una quota delle entrate per coprire sorprese in corso d’opera. L’accantonamento consigliato è del 5 per mille, per cui essendo arrivati al quarto anno nella travagliata vita della Tari i piani locali dovrebbero aver congelato una somma pari al 2 per cento delle entrate annuali. La cifra dovrebbe bastare a coprire i rimborsi, a patto però che le amministrazioni colpite dal problema l’abbiano davvero accantonata come da “suggerimento” ministeriale. Resta il fatto, in ogni caso, che le tariffe dell’anno prossimo ridistribuiranno il carico, spalmando su tutte le case le tasse che finora erano arrivate grazie alla quota variabile delle pertinenze.

Seconde case sfitte
Oltre che di garage e cantine, l’interpellanza si è occupata anche della Tari chiesta sulle seconde case sfitte, provando a spingere per un’esenzione da riservare agli immobili che rimangono vuoti. Sul punto però il ministero dell’Economia non ha potuto che ribadire leggi e giurisprudenza, e richiamando laCassazione (sentenza n. 8383/2013) ha sostenuto che solo l’assenza di arredi e di allacci ai servizi a rete permetterebbe di escluderli del tutto dalla tassazione. Nel tentativo un po’ affannoso di trovare un criterio per misurare la quota variabile, basata sul numero degli occupanti, la Cassazione aveva definito «non irragionevole» l’idea di calcolare gli occupanti teorici in proporzione alla superficie della casa: che però, all’atto pratico, è vuota.


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