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Il Fondo di solidarietà comunale, sostenibilità per il futuro

di Luciano Benedetti - Rubrica a cura di Anutel

Si è discusso molto di recente in Conferenza Stato Città e Autonomie locali delle prospettive del Fondo di solidarietà comunale per i Comuni (Fsc). Il 19 ottobre scorso Anci si è espressa negativamente sulla proposta di Dpcm del Governo per il 2018, sia per l'entità complessiva delle risorse in relazione alle nuove esigenze che per gli effetti crescenti dell'applicazione dei fabbisogni standard nel riparto delle risorse.
Il tema «costi standard/fabbisogni standard» a partire dalla legge delega n. 42/2009 s'impone all'attenzione degli operatori, con regole diverse, negli enti locali, nella sanità, nel trasporto pubblico locale, nelle università: spesso rappresenta uno dei principali argomenti di confronto con i rispettivi ministeri. Lo scopo principale dello strumento resta quello di correggere le inefficienze di allocazione (dal centro alla periferia) delle risorse presenti nel criterio della «spesa storica» e ottenere quindi la minimizzazione degli sprechi, stimolando nel contempo l'efficienza delle aziende pubbliche decentrate.

La discussione sul Fondo
Venendo agli enti locali, l'argomento è stato vissuto dai servizi finanziari comunali negli ultimi anni come un vero incubo, in primis per la pressante necessità di compilazione dei minuziosi e numerosi questionari Sose. La sovrapposizione agli altri obblighi adempimentali ha provocato nei responsabili finanziari locali vivaci proteste, spesso al limite della disobbedienza civile. Da questo punto di vista, il fenomeno appare oggi in sensibile attenuazione: vuoi per l'impianto della prima base dati da parte della stessa Sose e per il contributo fornito da Ifel, vuoi per l'affinamento della metodologia nonché per l'attuazione dell'articolo 1, comma 31 e seguenti della legge di stabilità 2016.
La discussione sul fondo nazionale è ovviamente inevitabile quando si parla di ripartizione di importi a «somma zero»: figuriamoci quando la somma è «sotto zero» poiché, come è noto, dopo i tagli di oltre 10 miliardi ai bilanci comunali succedutisi dal 2010 in poi, il saldo del Fondo di solidarietà comunale è da tempo negativo. Infatti, nel 2017, dei 6.192 milioni “prodotti” dai Comuni per alimentare il Fondo solidarietà ben 430 sono assorbiti dal bilancio statale.

L'analisi del Fondo
Un recentissimo e accurato working paper di Luca Gandullia e Andrea Taddei, presentato a Catania nella recente conferenza della Società italiana di economia pubblica (Siep), affronta la metodologia di costruzione e le criticità del Fsc 2017. Il saggio descrive, sia dal punto di vista teorico che operativo, le metodologie utilizzate per determinare le funzioni di costo e di spesa sulle quali è calcolato il Fsc e ne mette in luce gli sviluppi e gli affinamenti intervenuti negli ultimi anni. Mediante l'analisi della banca dati del ministero dell'Interno, il paper sviluppa tra l'altro il concetto di «fondo netto». Tutti i Comuni alimentano il Fsc, a titolo di anticipazione, con una quota pari al 22,43% del loro gettito Imu standard 2015; successivamente, la parte perequativa del fondo destina le risorse ai Comuni in parte in base alla spesa storica e in parte in base a fabbisogni standard e capacità fiscali. Il “fondo netto” rappresenta quindi la componente dell'alimentazione sommata algebricamente a quella della perequazione.

I dati regionali
Esaminando il dato a livello regionale, a presentare un «fondo netto» negativo sono soprattutto gli enti di Emilia Romagna (68,2% del totale dei Comuni della regione), Toscana (61,6%) e Liguria (60,9%), mentre il fondo netto positivo è presente in oltre il 90% dei Comuni di Calabria, Basilicata e Molise. In termini di fondo netto pro-capite, spiccano agli estremi i Comuni della Liguria (-138 euro) e quelli della Basilicata (+132). In cifra assoluta, il fondo netto più elevato è appannaggio, nell'ordine, di Napoli (+246 milioni circa), Palermo, Messina, Catania, Taranto, Genova; al contrario, i fondi netti negativi maggiori sono quelli di Roma (-420 milioni), Milano, Bologna, Padova, Sanremo, Brescia. Il dato pro-capite migliore lo presentano i sei piccolissimi comuni, tutti sotto i 500 abitanti, che superano i 1.000 euro pro-capite, mentre all'opposto c'è Portofino, che in termini di fondo netto “perde” ben 3.313 euro per ciascuno dei suoi 420 residenti.
Gli autori attingono a una vasta bibliografia internazionale, evidenziando criticamente il carattere di perequazione orizzontale del Fondo. Il Fsc soffre, fra l'altro della forte carenza di una perequazione di tipo verticale (ossia dallo stato verso gli enti) e della esclusiva vocazione al finanziamento della parte corrente del bilancio: il Fondo di solidarietà comunale non presenta, quindi, strumenti di incentivazione degli investimenti locali.
Le criticità emergono chiaramente nella comparazione dell'esperienza italiana con quella recente di altri paesi, la Svizzera in particolare. Gandullia e Taddei cercano di individuare la soglia di prelievo che permetta ai Comuni con minore sostenibilità finanziaria di subire un prelievo Fsc entro un limite accettabile per il bilancio dell'ente; e concludono che la consistenza e la sostenibilità del Fsc risultano fondamentali, sia per attuare una reale solidarietà intercomunale, sia per evitare nei Comuni la percezione di un ulteriore vessazione, dopo una lunga stagione di tagli e di contenimento dell'autonomia fiscale e amministrativa.

(*) Componente del Consiglio generale Anutel


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