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Niente economie da rinegoziazione per la spesa corrente

di Stefano Baldoni (*) - Rubrica a cura di Anutel

Nei prossimi giorni scadono i termini fissati dalla Cassa depositi e prestiti per aderire alla recente operazione di rinegoziazione dei prestiti concessi ai Comuni, prevista dalla circolare n. 1289 del 9 ottobre 2017. Gli enti interessati dovranno infatti presentare la documentazione prevista dal punto 1.2 della predetta circolare entro il 14 novembre, termine risultante dalla proroga della scadenza in precedenza fissata al 10 novembre. Tuttavia, gli enti che hanno deciso di aderire alla nuova rinegoziazione, cosi come quelli che già negli anni passati hanno fatto ricorso alle analoghe operazioni offerte dalla Cassa depositi e prestiti, devono tenere in debita considerazione l'utilizzo delle economie generatesi, almeno nell'immediato, mediante il ricorso a tali operazioni.

La rimodulazione dei mutui
Con l'operazione di rinegoziazione, di norma, gli enti provvedono ad allungare la durata residua dei prestiti contratti, beneficiando di una riduzione del tasso di interesse applicato, con l'effetto di ridurre nell'immediato l'ammontare della rate dovute, grazie alla maggiore spalmatura nel tempo del capitale residuo da rimborsare. Ovviamente la situazione si inverte in futuro, quando gli enti si trovano a corrispondere invece rate di maggiore importo. L'operazione comporta inoltre un più elevato esborso complessivo di interessi in capo all'ente.
Tali operazioni sono sempre state viste con un certo sfavore dalla Corte dei conti, che ha spesso evidenziato il carattere contrastante delle stesse le quali, da un lato, conferiscono il vantaggio immediato di una riduzione delle rate di ammortamento e, dall'altro, aumentano la spesa complessiva per gli interessi, irrigidendo i bilanci futuri (deliberazioni, sezione regionale controllo Piemonte, n. 190/2014, Toscana n. 27/2011). Con ciò la Corte non ha ritenuto comunque che tale strumento non sia utilizzabile, ma ha sottolineato che il ricorso allo stesso deve essere il risultato di un'attenta valutazione della situazione finanziaria ed economica dell'ente, «in relazione non solo ai dati finanziari attualizzati dell'operazione, ma anche ai rischi che l'ente locale assume con la nuova operazione di indebitamento, ed all'allungamento della durata del debito, che vincola l'attività futura dell'amministrazione».
Peraltro, in base all'articolo 1, comma 537, legge 190/2014, il ricorso alla rinegoziazione consente anche di superare la durata massima delle operazioni di indebitamento, fissata in 30 anni dall'articolo 62, comma 6, del Dl 112/2008. Tuttavia, va rammentato che il punto 3.17 del principio contabile applicato concernente la contabilità finanziaria, allegato 4/2 al Dlgs 118/2011, stabilisce che, ai fini del mantenimento dell'equilibrio patrimoniale, è opportuno commisurare il periodo di ammortamento dell'indebitamento al presumibile periodo nel quale gli investimenti correlati potranno produrre utilità, vale a dire al periodo di ammortamento del bene (in senso analogo l'articolo 10, comma 2, legge 243/2012).
Inoltre, le operazioni di rinegoziazione devono consentire di raggiungere l'obiettivo dell'invarianza o della riduzione del valore attuale dei flussi futuri, obiettivo di norma garantito dal criterio di calcolo del tasso rinegoziato adottato dalla Cassa depositi e prestiti.

La destinazione dell'economia della rinegoziazione
Sulla scorta di quanto sopra, la Corte dei conti ha sempre ritenuto che la diminuzione delle rate di ammortamento non può essere considerata un risparmio in conseguenza del quale procedere automaticamente a incrementare la spesa corrente, ma che le economie derivanti dalla rinegoziazione del debito debbono essere destinate a spese in conto capitale. In tale senso la Corte dei conti del Piemonte aveva evidenziato che «i risparmi frutto di rinegoziazione non possono essere qualificati quale strumento per offrire risorse immediatamente spendibili in parte corrente dagli enti in “sofferenza”, in quanto l'operazione comporterebbe, tra l'altro, l'irrigidimento dei bilanci futuri “capitalizzando” in senso negativo gli stessi e non offrendo alle generazioni future i benefici di cui potrebbero invece godere, laddove fossero assegnate esclusivamente ad investimenti le spese per indebitamento».
Tale regola è stata però derogata negli ultimi anni dall'intervento del legislatore che, con l'articolo 78, comma 2, del Dl 78/2015, come modificato da ultimo dall'articolo 1, comma 440, della legge 223/2016, ha previsto che «per gli anni 2015, 2016 e 2017, le risorse derivanti da operazioni di rinegoziazione di mutui nonché dal riacquisto dei titoli obbligazionari emessi possono essere utilizzate dagli enti territoriali senza vincoli di destinazione».
L'esigenza di agevolare i Comuni nel pareggio della sempre più sofferente parte corrente del bilancio, impiegando i risparmi delle quote di ammortamento dei mutui rinegoziati, ha spinto il legislatore a consentire l'utilizzo libero delle risorse, pur stravolgendo in tal modo i principi di corretta gestione evidenziati dalla Corte.
In sede di predisposizione dei bilanci di previsione 2018-2020 gli enti non potranno però beneficiare della deroga, che terminerà nel 2017. Quindi, i Comuni che hanno fatto ricorso alle operazioni di rinegoziazione dovranno utilizzare le economie che si generano negli anni 2018 e seguenti, per effetto della riduzione della rata di ammortamento dei prestiti rinegoziati, al finanziamento della spesa in conto capitale, tramite l'apposita destinazione alla stessa della quota di risorse correnti che avrebbe finanziato, in assenza dell'operazione, la parte delle rate di ammortamento ridotta (evidenziata nel punto L del prospetto degli equilibri di bilancio allegato allo stesso).
Tuttavia, nel 2018 gli enti locali saranno sempre più in difficoltà nel procedere alla chiusura della parte corrente del bilancio, in molti casi resa ancora più sofferta dall'aumento della percentuale di accantonamento al fondo crediti di dubbia esigibilità (che, almeno al momento, sale all'85% nel 2018 per arrivare al 100% nel 2019), oltre che dalla contrazione del fondo di solidarietà comunale che gli enti con capacità fiscali superiori ai fabbisogni standard subiranno (per effetto dell'aumento della quota del fondo distribuita in base alla differenza tra i due aggregati appena citati dal 40% del 2017 al 55% del 2018). Ciò fa ritenere opportuno che, in sede di approvazione della legge di bilancio 2018, sia disposto un intervento di proroga della disposizione dell'articolo 78 del Dl 78/2015, possibilmente rammentando che il documento del bilancio abbraccia un periodo triennale.

(*) Vice presidente Anutel - Docente Anutel


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