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Rifiuti, nuove regole di assimilazione senza fretta

di Stefano Baldoni (*) - Rubrica a cura di Anutel

Nei giorni scorsi è stata diffusa nelle pagine di questo Quotidiano la bozza del decreto ministeriale contenente i criteri qualitativi e quali-quantitativi che i Comuni dovranno seguire per aggiornare la definizione dei rifiuti assimilati agli urbani. Definizione che ha una profonda incidenza oltre che sulla gestione del servizio rifiuti anche sull'applicazione della relativa tassa. Tuttavia la vigenza dei nuovi criteri non sarà immediata, essendo previsto un arco temporale di due anni per l'aggiornamento dei regolamenti comunali.

L'assimilazione dei rifiuti speciali
L'assimilazione dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani resta di competenza comunale anche nel modello di gestione del servizio rifiuti delineato dal Dlgs n. 152/2006, in base a quanto previsto dall'articolo 198, comma 2, lettera g) del medesimo decreto. Tuttavia l'assimilazione deve avvenire secondo i criteri dettati dalle normative statali che attendono di essere aggiornate da quasi 20 anni, allorquando già il Dlgs n. 22/1997 aveva previsto l'emanazione di nuovi criteri.
Di fronte alla perdurante inerzia, anche dopo l'entrata in vigore dell'articolo 195, comma 2, lettera e), del Dlgs n. 152/2006 che aveva imposto l'adozione dei nuovi criteri statali entro il maggio 2008, il Tar del Lazio, in seguito alle sollecitazioni di alcuni operatori del settore rifiuti penalizzati dal persistere dei vecchi criteri contenuti nella deliberazione interministeriale del 27 luglio 1984, con la pronuncia n. 4611 del 13 aprile 2017 aveva assegnato al Ministero competente un termine di 120 giorni per provvedere all'emanazione del decreto.

Lo schema di decreto
Lo schema di decreto, in attesa di sottoscrizione e pubblicazione, rivoluziona la materia, di fatto comprimendo in modo rilevante i margini concessi ai comuni. In primo luogo, il decreto definisce le regole qualitative per l'assimilazione dei rifiuti, eliminando dalla categoria degli assimilabili tutti i rifiuti pericolosi, come già in passato, e i rifiuti da imballaggio per il trasporto o terziario, fugando in tal modo definitivamente i dubbi che oggi sussistono circa la loro assimilabilità ai rifiuti urbani.
Inoltre, il decreto circoscrive i rifiuti assimilabili a quelli provenienti dalle categorie di attività riportate nell'apposito allegato, categorie che coincidono con quelle del Dpr n. 158/1999, seppure con alcune modifiche (ad esempio, scompare l'indicazione dei depositi senza accesso per il pubblico). Inoltre, il decreto espressamente esclude dall'assimilabilità i rifiuti prodotti dalle attività industriali, agricole, agro-industriali e artigianali, facendo salvi solo i rifiuti derivanti dagli uffici, dalle mense, dagli spacci, dai bar, dai locali per i lavoratori e da quelli aperti al pubblico. In altri termini, non sono assimilabili i rifiuti derivanti dagli stabilimenti, dalle officine, dai laboratori e dai magazzini di materie prime, merci e prodotti finiti delle categorie da 17 a 21 della tabella allegata (parrucchieri, barbieri, estetisti, falegnami, idraulici, fabbri, elettricisti, carrozzieri, autofficine, elettrauto, attività industriali e artigianali). È interessante rilevare che l'esclusione dai rifiuti assimilabili dei magazzini non sarà più limitata a quelli funzionalmente ed esclusivamente collegati ai reparti produttivi di rifiuti speciali, come oggi previsto, ma a tutti i magazzini delle sopra citate attività.
Il decreto, inoltre, per consentire la puntuale individuazione dei rifiuti assimilabili, non effettua la loro enunciazione merceologica, come invece si rinviene nella deliberazione del 27 luglio 1984, ma fa riferimento ai rifiuti appartenenti a determinati codici di cui all'Elenco europeo dei rifiuti (Eer). Quindi, per individuare se un rifiuto è assimilabile o meno non sarà più necessario valutare se lo stesso rientri o meno in una determinata voce merceologica, ma sarà sufficiente verificare il codice allo stesso attributo.
Riassumendo, rispetto alla situazione attuale, escono dall'assimilazione la maggior parte dei rifiuti delle attività industriali, agricole e artigianali, compresi quelli prodotti nei magazzini (oggi esclusi solo sotto precise condizioni) e si chiude definitivamente ogni spiraglio sull'assimilabilità dei rifiuti da imballaggio terziario. Nulla viene specificato con riferimento agli altri imballaggi e ai relativi rifiuti. Tuttavia gli stessi rientrano tra i rifiuti assimilabili in base ai codici dell'Eer indicati nell'allegato al decreto (fermo restando l'obbligo della raccolta differenziata per gli imballaggi secondari, giusto quanto previsto dal Dlgs n. 152/2006). E non pare che i Comuni possano assimilare i rifiuti esclusi sotto il profilo qualitativo, anche con il consenso dell'impresa interessata, a differenza di quanto invece ammesso per i rifiuti speciali eccedenti i limiti quantitativi.

Criteri quantitativi
Il decreto detta anche le nuove regole quantitative per l'assimilazione. Già da tempo la Corte di cassazione ha evidenziato l'obbligo dei criteri quantitativi nelle delibere comunali (sentenza n. 9631/2012). Le regole sono diverse a seconda se gli enti hanno adottato i sistemi puntuali di misurazione dei rifiuti previsti dal Dm 20 aprile 2017, oppure utilizzano ancora sistemi non puntuali. Nel primo caso, i comuni dovranno fissare dei limiti massimi di quantitativi di rifiuti assimilati, distintamente per le varie categorie di attività, tenendo conto delle serie storiche di produzione dei rifiuti degli anni precedenti. Tale previsione appare piuttosto generica, lasciando spazio ad una certa discrezionalità, mitigata tuttavia dalla previsione che in ogni caso il limite comunale non può superare il livello indicato nella tabella allegato 3 al decreto. In assenza delle serie storiche, come accade nel primo anno di applicazione del sistema di misurazione puntuale dei rifiuti, si applicano i limiti dell'allegato 3. Va rilevato comunque che non tutte le categorie di attività hanno dei limiti massimi, come ad esempio le autorimesse, gli alberghi, gli uffici, le banche, i bar, le pizzerie, ecc., i cui rifiuti quindi saranno assimilabili senza limiti. Nel caso in cui il sistema puntuale di misurazione dei rifiuti del Comune si limiti a rilevare solo la frazione residua (cosiddetto rifiuto indifferenziato), come concesso dal Dm 20 aprile 2017 che prevede come facoltativa la misurazione dei rifiuti conferiti in forma differenziata, i limiti di cui alla tabella vanno moltiplicati per 0,35.
Per i Comuni che non hanno attutato sistemi puntuali di misurazione dei rifiuti, che ad oggi sono probabilmente la maggioranza, è lo stesso decreto che definisce i limiti massimi entro i quali gli stessi possono operare l'assimilazione quantitativa, per ogni categoria di attività (allegato 4 allo schema di decreto). In particolare, per tutte le categorie diverse da quelle commerciali fisse, artigianali ed industriali, non sono previsti limiti massimi (es. musei, cinema, campeggi, alberghi, uffici, banche, ospedali, banchi di mercato, mense, bar, discoteche, ecc.). Per le attività industriali e artigianali resta ferma la non assimilabilità dei rifiuti prodotti negli stabilimenti/laboratori e nei depositi, mentre i rifiuti prodotti negli uffici, mense, bar, ecc., sono assimilabili solo se la superficie degli stessi (indicata dalla voce Sd della tabella) non supera i limiti ivi indicati. Ad esempio, un'attività industriale con uffici, mense, spacci, ecc. di superficie superiore a mq 500 produce tutti rifiuti non assimilabili. Infine, per le attività commerciali (fisse) per verificare il superamento dei limiti quantitativi, si fa riferimento alla superficie di vendita, come definita dalle norme in materia di commercio - articolo 4, comma 1, lettera c, del Dlgs n. 114/1998 - (superficie destinata alla vendita, inclusi bancali e scaffali, con esclusione dei depositi, degli uffici e degli altri locali non aperti al pubblico). Se la superficie di vendita supera i limiti previsti i suoi rifiuti non sono assimilabili, mentre lo sono quelli prodotti negli uffici, nelle mense, nei bar e nei locali a servizio dei lavoratori e nei locali aperti al pubblico diversi dalla superficie di vendita a condizione però che la loro superficie non superi il limite Sd indicato nella tabella. Ad esempio, un supermercato di mq 1.000, con superficie di vendita di mq 900 e mq 100 di uffici si vedrebbe tassato solo sugli uffici.
È interessate inoltre sottolineare che il superamento dei limiti quantitativi determina la non assimilabilità di tutti i rifiuti prodotti. Il limite quindi non costituisce una franchigia, con conseguenze importanti sull'applicazione del tributo e sul servizio da fornire.
I Comuni hanno comunque la facoltà in questo caso di stabilire limiti inferiori a quelli previsti dal decreto, sulla base della propria capacità impiantistica effettivamente disponibile nel proprio territorio (o dell'Ato). Norma, contenuta nel comma 5 dell'articolo 3, che tuttavia appare ridondante tenuto conto che già le disposizioni specifiche sull'assimilazione quantitativa chiarivano che i limiti fissati fossero il livello massimo applicabile dai Comuni.
Nel caso di superamento delle soglie quantitative, le imprese interessate, possono richiedere comunque al Comune l'assimilazione dei rifiuti, il quale valuta se accogliere o meno la richiesta. Quindi, in questo caso, non si tratta di un contratto di natura privatistica tra l'impresa ed il gestore comunale, come potrebbe accadere per i rifiuti non assimilati, ma di far rientrare i rifiuti nell'ambito del servizio pubblico di raccolta.

Conclusioni
Le norme commentate come accennato restringono notevolmente il campo di assimilazione dei rifiuti, costringendo gli enti ad attente riflessioni sia sull'organizzazione e sull'estensione dei servizi e sia sull'impatto futuro sul prelievo tariffario. In particolare, per quest'ultimo, la contrazione delle superfici tassabili delle attività economiche determinerà inevitabilmente un aggravio per le utenze domestiche, che si vedranno caricate di buona parte dei costi fissi del servizio che in precedenza erano ripartiti tra più utenze. Costi che difficilmente avranno una contrazione proporzionale alla riduzione delle utenze non domestiche servite, proprio perché connessi all'impianto e alla struttura del servizio e poiché inclusivi di una buona parte dei costi del personale impiegato nelle aziende che erogano il servizio. Sotto questo profilo è senza dubbio da valutare se sia corretto escludere del tutto dal prelievo numerose utenze non domestiche, sia perché, come più volte ribadito dalla Corte di cassazione, il servizio di raccolta dei rifiuti è un servizio di interesse generale al cui mantenimento tutti devono concorrere e sia perché tra i costi fissi sono inclusi anche i costi della raccolta dei rifiuti esterni e della pulizia delle strade, di cui beneficiano senza dubbio tutte le utenze comunali.
Per fortuna la questione potrà essere ponderata in un congruo termine. Il decreto infatti consente ai comuni l'adeguamento delle proprie regole di assimilazione dei rifiuti fino alla conclusione del secondo anno successivo all'entrata in vigore dello stesso, con decorrenza degli effetti dall'anno solare ancora successivo. Ciò vuol dire che, ammesso che il decreto entri in vigore entro la fine del corrente anno, se ne parlerà con la Tari dell'anno 2020.

(*) Vice presidente Anutel - Docente Anutel


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