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La chiusura delle liti non decolla nei Comuni

di Cristiano Dell’Oste, Valentina Melis e Francesca Milano

La chiusura delle liti fiscali non decolla nei Comuni. Anche se al fotofinish sono arrivate le delibere di Roma e altri grandi centri, l’impressione è che la maggior parte dei sindaci non abbia concesso ai contribuenti la possibilità di definire in via agevolata le controversie sui tributi locali.
La decisione doveva essere presa entro giovedì scorso, 31 agosto. E in effetti diversi consigli comunali si sono riuniti proprio l’ultimo giorno utile, come l’Assemblea capitolina e i consigli di Genova e Massa, o alla vigilia della scadenza, come quelli di Alessandria, Pescara e Campobasso. A Milano, invece, il consiglio comunale aveva già deciso prima delle ferie.
Il monitoraggio del Sole 24 Ore su oltre 60 capoluoghi e grandi città, in cui vivono quasi 14 milioni di abitanti, evidenzia un tasso di adesione poco superiore al 40 per cento. Un dato tutto sommato contenuto, considerando che sono proprio i centri di maggiori dimensioni quelli più interessati a questa chance. Anche perché nei piccoli Comuni il contenzioso spesso è così ridotto da non giustificare l’adozione di un atto e di un regolamento specifico.

L’arretrato in gioco

Molte delle città che hanno varato la sanatoria l’hanno fatto per archiviare un contenzioso rilevante. A Roma, ad esempio, le liti in corso con il Comune sono più di 5mila tra commissioni tributarie provinciali, regionali e Cassazione, come riportato nelle premesse della delibera 45 di giovedì scorso. Il grosso delle cause – 4.200 – riguarda Ici e Imu, per un totale di oltre 200 milioni di euro.
Grandi numeri anche a Palermo (2.659 contenziosi aperti per 60 milioni), Reggio Calabria (1.423), Lecce (circa 1.500), Milano (circa 2mila) e Napoli («circa un migliaio», riporta la delibera).
Partendo dalle statistiche delle Finanze, si può calcolare che a livello nazionale al 31 marzo scorso ci fossero quasi 72mila controversie con gli enti territoriali, pendenti davanti ai giudici di merito. Dato che la definizione agevolata si applica alle liti già avviate al 24 aprile, questo è di fatto l’arretrato di Ctp e Ctr che può essere sforbiciato dalla sanatoria. Pur senza avere il dato delle cause in Cassazione, è evidente il peso specifico dei grandi Comuni.
Gli stessi dati nazionali mostrano che i tre quarti del contenzioso (74,1%) si concentrano davanti ai giudici del Sud e delle Isole.
D’altra parte, se ci sono realtà come Udine in cui l’arretrato non arriva a dieci fascicoli, e altre come Asti che si fermano addirittura a tre, non è sempre vero che ha puntato sulla sanatoria solo chi ha migliaia di liti pendenti. Valgano le adesioni di Bari (300), Sassari (150) e Trapani (66, di cui solo tre in Cassazione).

Tempi stretti per decidere

Il successo dell’operazione “taglia-arretrato” potrà essere valutato solo quando si capirà quanti contribuenti avranno aderito alla sanatoria. Che permette di risparmiare sanzioni e interessi, ma impone di fare istanza e pagare la prima rata entro il 2 ottobre. Come dire: se il consiglio comunale non ha deliberato per tempo, ci sarà un mese per decidere, o anche meno, contando che diverse città non hanno ancora pubblicato gli atti.
I regolamenti comunali spesso si limitano a richiamare la normativa nazionale sulla definizione agevolata (l’articolo 11 del Dl 50/2017), anche nelle scadenze di versamento. Alcune città, però, nel tentativo di venire incontro ai cittadini, aggiungono una quarta rata e allungano i tempi per i pagamenti, spostando l’ultima tranche al 30 settembre 2018, come Milano e Pescara. Altre, come Arezzo, anticipano invece l’ultimo versamento al 31 marzo. E c’è anche chi come Lamezia Terme menziona sanzioni del 45% in caso di ritardo.

La leva della mediazione

Tra i Comuni che non hanno deliberato ci sono Torino, Trento, Prato, Salerno, Barletta e Catania. In alcuni casi, come a Vicenza, si è ritenuto più opportuno non aderire a quello che è stato visto come «una sorta di condono». In altri casi, come a Pavia, è stata anche una questione di tempi, perché la norma nazionale è di fine giugno.
In altre situazioni ancora, gli amministratori spiegano che il grosso del contenzioso viene smaltito prima di arrivare davanti al giudice, con l’istituto della mediazione: è il caso, ad esempio, di Udine, Lecco, Carrara e Ascoli Piceno.
A volte vengono citate anche ragioni di equità tra contribuenti. Il contenzioso sui tributi locali si concentra per lo più su Ici e Imu (31,1% del totale) e sulla tassa rifiuti (31,8%). Nove volte su dieci si tratta di controversie che valgono meno di 20mila euro l’una, alle quali si affiancano pochi contenziosi milionari su temi complessi, come la tassazione delle aree edificabili, delle centrali energetiche o delle zone produttive di rifiuti speciali. È un equilibrio che va trovato caso per caso a livello locale.

Il raccordo con la rottamazione

Un altro aspetto che ha influito sulle scelte locali è il raccordo della definizione delle liti con la rottamazione delle cartelle esattoriali, prevista dal decreto fiscale (Dl 193/2016) e decisa in primavera da diversi Comuni.
Ma la lettura non è stata sempre univoca. A Foggia e Pesaro i contribuenti hanno potuto aderire solo alla rottamazione. A Padova, invece, una delle motivazioni per cui si è introdotta la definizione delle liti è stata mettere tutti i cittadini sullo stesso piano proprio dopo la rottamazione.


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