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A rischio le esclusioni di tributi dalla sanatoria

di Luigi Lovecchio

I Comuni e gli altri enti territoriali hanno margini di manovra molto ristretti nel regolare la definizione delle liti pendenti. Per due ordini di ragioni.
Innanzitutto, la norma (l’articolo 11, Dl 50/2017) prevede che gli enti in questione possano – con le forme previste dai rispettivi ordinamenti – disporre semplicemente «l’applicazione delle disposizioni del presente articolo». Sotto il profilo letterale dunque la previsione di legge pare consentire una mera facoltà di recepimento, salvo quanto si dirà in seguito per i Comuni.
La seconda e ben più rilevante ragione è che si è in presenza di previsioni in massima parte di natura processuale, in quanto tali indisponibili rispetto a una normazione a livello sub statale.

Scadenze blindate
Per questo motivo, ad esempio, non è possibile modificare la data di scadenza della definizione, sebbene essa risulti molto ravvicinata rispetto all’entrata in vigore dei regolamenti. La data del 2 ottobre, infatti, è strettamente collegata con la sospensione dei procedimenti giudiziali su richiesta del contribuente che opera fino al 10 di ottobre. Inoltre, lo stesso perfezionamento della procedura, che consiste nella presentazione della domanda e nel versamento delle somme entro la scadenza, determina di per sé effetti processuali poiché comporta la cessazione della materia del contendere.
Per tali ragioni dunque la scadenza di legge come pure il meccanismo di chiusura delle liti non possono essere modificati dagli enti territoriali.
Considerazioni analoghe fanno apparire di dubbia legittimità i regolamenti che limitino le controversie tributarie definibili, adottando la tecnica della indicazione analitica delle entrate ricomprese nella sanatoria. Proprio perché siamo di fronte a una disciplina processuale che, nella norma di riferimento, non opera distinzioni in ordine ai tributi ammessi, una eventuale discriminazione introdotta a livello locale potrebbe apparire irragionevole e non consentita dalla legge. Sotto questo profilo appare dunque preferibile la tecnica di normazione che non elenca i tributi definibili, lasciando così intendere che tutte le controversie tributarie possono beneficiare delle agevolazioni di legge. Al contrario, se si dettagliano le entrate interessate dalla sanatoria (salvo ovviamente che il dettaglio non sia esaustivo), si induce a ritenere che quelle non richiamate ne sono escluse.
Bisogna poi ricordare che le entrate non tributarie (ad esempio, il Cosap) non sono interessate dalla sfera di azione della disciplina.

Tempi più lunghi per le rate
Sembra invece ammissibile prevedere scansioni temporali più allungate nei versamenti rateali, in forza anche in questo caso di un duplice ordine di ragioni:
in primo luogo, una volta che la definizione si è perfezionata con il pagamento della prima rata, tutta la fase successiva riveste esclusivamente natura procedimentale, e non più processuale;

non bisogna inoltre dimenticare che per le entrate proprie dei Comuni vige l’articolo 52, Dlgs 446/1997, che consente di disciplinare tutti gli aspetti della gestione delle stesse, fatte salve le riserve di legge. Ne consegue che, se la materia non è per sua natura indisponibile, occorre che la deroga all’articolo 52 sia espressa nella norma di legge (si pensi, ad esempio, alla disposizione sulle modalità di versamento delle entrate comunali, contenuta nell’articolo 2-bis, del Dl 193/2016). Nel caso di specie, ciò non è accaduto.


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