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Il boomerang degli uffici giudiziari: il Dpcm per i Comuni è una soluzione incompleta

di Luciano Benedetti, Daniela Caianiello, Stefano Quintarelli, Roberto Lenzu - Rubrica a cura di Anutel

Entro il 30 settembre prossimo, molti i Comuni italiani, sede di uffici giudiziari, dovranno assumere una delicata decisione che potrà determinare un pesantissimo contraccolpo sugli equilibri finanziari dell'esercizio 2017.
Fino al passaggio degli uffici giudiziari alla competenza del ministero della Giustizia (1° settembre 2015), le regole di erogazione del contributo per le spese in questione erano fissate dal Dpr 4 maggio 1998 n. 187 al cui articolo 2 stabiliva che il contributo venisse corrisposto in due rate:
• la prima disposta in acconto all'inizio di ciascun esercizio finanziario;
• la seconda a saldo entro il 30 settembre.
A decorrere dall'esercizio finanziario 2012, per effetto del Dl n. 95, lo stanziamento dello stato di previsione del Ministero è stato ridotto in misura non inferiore a 30 milioni di euro per il 2012 e di 70 milioni di euro a decorrere dall'anno 2013. Di fatto, per effetto di queste figurative misure di contenimento della spesa pubblica, si è venuto a creare un vero e proprio disallineamento per svariate centinaia di milioni di euro fra le spese previste dal Ministero e le spese effettivamente sostenute dai Comuni sedi di Uffici giudiziari.
Infatti la percentuale media di rimborso per i vari anni è stata, secondo i dati diffusi, del 25,88% per l'annualità 2012, del 35,95% per l'annualità 2013 e del 44,53% per l'annualità 2014. Il 2015 rimane tutto da scoprire.

L'erogazione del contributo
Ora, con il Dpcm 10 marzo 2017 vengono di fatto stanziati 300 milioni di euro per il ristoro forfettario e definitivo delle spese di giustizia sostenute dai Comuni, sedi di Uffici Giudiziari, dal 2011 al 31 agosto 2015. Il contributo, tuttavia, procederà al modestissimo ritmo di 10 milioni annui per 30 anni dal 2017 al 2046 e sarà erogato a titolo di concorso alle spese sostenute da circa 800 Comuni per una somma pari a circa due terzi delle spese 2011-2015 (secondo la stima Anci-Ifel), purché entro il prossimo 30 settembre gli Enti rinuncino a qualsiasi azione per la condanna al pagamento di ulteriori contributi a carico dello Stato.
Tralasciando ogni commento sulle modalità con cui sono state di fatto addossate per oltre cinque anni ai Comuni tali spese, anche nella soluzione proposta sembra essere sfuggito al legislatore nazionale un aspetto contabile di tale ristoro, che potrebbe rivelarsi ancora più dannoso per molti Enti Locali aggiungendo, quindi oltre al danno anche la beffa.

Il rischio del disavanzo
Come già correttamente evidenziato, secondo il nuovo principio di «competenza finanziaria potenziata» l'adesione al contributo ministeriale comporta per il Comune la cancellazione dei residui attivi dal conto del bilancio dell'Ente e la contemporanea reimputazione delle 30 rate negli esercizi in cui scadranno le obbligazioni di pagamento.
Poiché i comuni interessati, di norma, hanno ancora presenti nella loro contabilità dei consistenti residui attivi (calcolati ai sensi del punto 3.6 del principio contabile 4.2 allegato al Dlgs n. 118/2011 o, per gli anni più remoti, secondo la meno puntale normativa previgente), l'eliminazione dei crediti comporterà una improvvisa riduzione dei residui stessi, molto spesso per importi milionari.
Ciò significa la possibile emersione di consistenti disavanzi di amministrazione a fine 2017, originati dalla gestione dei residui. Inoltre tali disavanzi allo stato della normativa attuale andrebbero finanziati in un massimo di tre annualità, ai sensi dell'articolo 188 Tuel, sempreché vi siano ancora tre anni di consiliatura (moltissimi Enti votano nel 2018).

Le perplessità di Anutel
Anutel ritiene che il legislatore debba individuare, prima del 30 settembre, una rapida soluzione a tale problematica, al fine di evitare un incredibile paradosso, infatti i 300 milioni che il Governo ha voluto etichettare come la «soluzione definitiva» di un problema annoso potrebbe trasformarsi, per i più importanti Comuni italiani, in un imprevisto «bagno di sangue finanziario» in termini di competenza (oltre che di cassa, vista la lunghissima dilazione prevista).
Dunque, la soluzione adottata con il citato Dpcm lascia perplessi in quanto finisce con ledere interessi comunali tutelati agli articoli 117-118-119 della Costituzione italiana (dal principio di correlazione tra disponibilità finanziarie e funzioni; alla necessaria predeterminazione e comunicazione anche dei contributi statali rispetto all'approvazione del bilancio preventivo e del conto consuntivo comunali in funzione del rispetto dei principi contabili; al rispetto del principio di leale cooperazione che avrebbe imposto di sottoporre la soluzione alla preventiva approvazione della conferenza unificata Stato Regioni e Autonomie Locali; ecc).
Ancor più in generale la soluzione adottata lascia perplessi sotto il profilo del rispetto dei principi di proporzionalità, razionalità e ragionevolezza nella determinazione dei tagli ai contributi in oggetto; principi ai quali anche le norme riguardanti la spending review devono attenersi (come pronunciato dalla Corte costituzionale in diverse occasioni).
Nella specie, pare paradossale che gli effetti di disposizioni di spending review previste a carico dello Stato finiscono per ripercuotersi sui bilanci comunali. Come dire che lo Stato risparmia sulle funzioni di propria competenza mettendo i costi a carico dei Comuni per di più a bilanci e consuntivi chiusi. Da ultimo lascia perplessi l'«estemporanea» pretesa statale di subordinare la corresponsione del contributo alla preventiva adesione del Comune (che deve rinunciare a pretese future). Al riguardo non vi è chi non veda che la pretesa governativa di condizionare il riconoscimento del contributo alla preventiva «adesione volontaria» del Comune, in quanto non prevista da alcuna norma di legge, espone amministratori e funzionari comunali a possibili responsabilità, a seguito degli squilibri economico-finanziari che ne conseguono a carico del Comune, vista la proposta in termini di importi riconosciuti e di tempi di pagamento.

La proposta di Anutel
Anutel ritiene, quindi, necessario e avanza la proposta di un intervento legislativo che riconduca l'ammontare della contribuzione statale in oggetto entro parametri di proporzionalità, ragionevolezza, razionalità sia in termini di ammontare delle somme riconosciute che di tempi di pagamento; d'altra parte, la soluzione finale non può prescindere da una sua condivisione in sede di Conferenza unificata Stato Regioni Autonomie Locali nel rispetto di prerogative costituzionalmente tutelate a favore degli enti locali. Anutel ritiene che, il legislatore statale in ogni caso non potrà non intervenire in quanto qualsiasi soluzione adottata, a maggior ragione quella in discussione, renderà necessaria l'adozione di norme specifiche in materia di contabilità comunale, per risolvere il problema delle gravi conseguenze sopra esposte derivanti dalla determinazione e comunicazione di contributi statali avvenute ad anni di distanza dalla chiusura di bilanci preventivi e conti consuntivi. Una soluzione da adottarsi normativamente potrebbe essere quella, con riferimento alla quota eventualmente non ristorata, di consentire, in deroga ai vigenti principi contabili, ai Comuni di poter ripianare il relativo disavanzo in un arco temporale congruo; utilizzando quindi di fatto, per la parziale copertura, il contributo statale assegnato e, per la quota non riconosciuta, spalmando il disavanzo su di un arco temporale sufficientemente lungo.
Solo un intervento nel senso prospettato potrà rendere meno appetibile un'azione giudiziaria da parte dei Comuni; altrimenti quest'ultimi potrebbero ritenere più conveniente accantonare al fondo rischi piccole quote annuali da poter utilizzare in caso di eventuale soccombenza, anziché imbattersi in un inevitabile e rilevante disavanzo da ripianare in tempi brevi.


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