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Comuni, illegittimo anche il decreto sui fondi 2015

di Gianni Trovati

Dopo la spending review di Mario Monti sui bilanci comunali 2013, dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale, e i tagli compensativi del maggior gettito Imu sui conti 2014, bocciati dal Consiglio di Stato, cade anche il decreto di Palazzo Chigi che ha distribuito ai sindaci i fondi del 2015. A segnare il filotto è un gruppo di sentenze pubblicate ieri dal Tar Lazio, che ha accolto tre ricorsi sul tema: i primi due presentati dal Comune di Padova (sentenza n. 2252/2017) e da un gruppo di enti del trevigiano (sentenza n. 2554/2017) - tutti difesi da Luca Antonini, l’ex presidente della commissione sul federalismo fiscale che ha accompagnato la Regione Veneto alla vittoria in Corte costituzionale sulla riforma Madia - e il terzo arrivato dal Comune calabrese di Cotronei (sentenza n. 2553/2017) - rappresentato da Ettore Jorio. La finanza locale, insomma, resta un terreno minato, e la nuova pronuncia impone di correre ai ripari come si sta cercando di fare sui tagli del 2014: a meno che, naturalmente, Palazzo Chigi ricorra in appello e il Consiglio di Stato ribalti la decisione del Tar.

La questione in termini di tempo
A condannare il provvedimento è prima di tutto una questione di calendario, dietro la quale si affollano però ragioni di merito. Il decreto con la ripartizione dei fondi, spiegano i giudici amministrativi, è arrivato in «Gazzetta Ufficiale» solo il 5 ottobre di quell’anno, cioè troppo tardi per consentire agli enti locali una programmazione corretta dei loro bilanci. E siccome nel complicato mondo dei conti comunali tutto si tiene, i giudici amministrativi colgono le ragioni dell’illegittimità proprio nella sentenza costituzionale (la 129/2016) che aveva stoppato la spending review di Monti: un taglio «a uno stasio avanzato dell’esercizio finanziario - avevano scritto i giudici delle leggi - comprometterebbe un aspetto essenziale dell’autonomia finanziaria degli enti locali, cioè la possibilità di elaborare correttamente il bilancio di previsione».

I nodi sostanziali del problema
Dietro alla forma, però, bisogna distinguere la sostanza. La battaglia fra Governo e Comuni sulle scadenze per i bilanci di previsione è continua: quest’anno il termine è stato fissato al 31 marzo, i dati sui fondi comunali sono già stati pubblicati dal Viminale ma per essere formalizzati in via ufficiale hanno bisogno di un correttivo sui criteri di ripartizione, atteso in un decreto enti locali che sta provando a farsi strada nel caos politico di questi giorni.
La ragione di calendario, però, assorbe una serie di ragioni di merito avanzate dai Comuni sulle modalità di distribuzione dei fondi. A partire dal 2014, la divisione delle risorse ha iniziato progressivamente ad abbandonare la spesa storica per abbracciare, in quote crescenti, i parametri basati sulla differenza fra capacità fiscali (cioè la possibilità per i sindaci di raccogliere gettito dalle basi imponibili del territorio) e i «fabbisogni standard» (vale a dire il costo giusto dei servizi fondamentali dei Comuni). L’obiettivo è garantire la «perequazione», un meccanismo con cui gli enti più “ricchi” sul piano fiscale aiutano quelli più “poveri”.
A rendere ricca Padova, però, c’è il fatto che il Comune è uno dei pochi ad aver aggiornato le proprie rendite catastali, applicando una norma che la maggioranza degli enti locali ha ignorato; a spingere le entrate di Crotonei, invece, ci sono le royalties pagate da una società elettrica per sfruttare l’energia prodotta da un lago artificiale. In questo modo, contestano i diretti interessati, i Comuni più attivi nella gestione delle entrate finiscono per pagare l’inerzia degli altri.


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