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La grande crisi dei Comuni del Sud

di Gianni Trovati

Ancora fresco di una vittoria elettorale che l'ha riportato in politica dopo nove legislature alla Camera, una al Senato, due al Parlamento europeo e due stagioni da ministro, il sindaco di Benevento Clemente Mastella ha dovuto dichiarare a dicembre il dissesto del suo Comune. Ad affossare il municipio appena conquistato sono stati 110 milioni di euro di debiti, creati secondo Mastella «per sciatteria, incapacità di gestione, per un tirare a campare assurdo delle vecchie amministrazioni». A Caserta c'è invece il dissesto gemello, che riguarda cioè sia la Provincia sia il Comune: quest'ultimo, dopo il «reset» imposto dal default nel 2012, è già riuscito ad accumulare un disavanzo da 28 milioni di euro scritto nel consuntivo del 2015.
A Napoli il default è stato evitato dalle regole scritte nel 2012 dal governo Monti, che riconoscono un aiuto dello Stato in cambio di un piano di rientro decennale fatto di aumenti delle aliquote e tagli di spesa. Lo stesso paracadute («predissesto») si è aperto a Catania, Messina, Agrigento, Reggio Calabria, Foggia e, ancora una volta, a Caserta: uscita dal vecchio default, infatti, la città ha dovuto far ricorso al pre-dissesto per evitare di cadere in un nuovo "fallimento" prima di aver chiuso davvero i conti con il primo. Un caso, questo, accaduto in passato solo nella storia di Napoli.

La concentrazione geografica
Il viaggio nei conti comunali che saltano è ricco di tappe, che sono però concentrate quasi tutte a Sud. Le eccezioni naturalmente non mancano, dalle città del Mezzogiorno con i conti in ordine a quelle del Centro-Nord con dei buchi contabili, come accaduto ad Alessandria finito gambe all'aria nel 2012 dopo una brutta storia che ha portato una condanna a tre anni all'ex sindaco e a due anni e mezzo all'allora ragioniere capo. Se dalle impressioni si passa ai numeri, però, diventa ancora più evidente il problema delle amministrazioni locali del Sud.
Due cifre bastano a inquadrarlo. Oggi i Comuni italiani con un dissesto in corso sono 88, e 81 sono nelle regioni meridionali (gli altri sono tre enti del Lazio, due toscani e due piemontesi). L'ombrello del predissesto è aperto invece in 151 Comuni, e anche qui il Sud domina raccogliendo il 70% abbondante dei casi. Le Regioni, invece, non falliscono, ma basta guardare la cartina delle sanità interessate dai piani di rientro (tutto il Centro-Sud tranne la Basilicata, mentre al Nord è interessato il solo Piemonte) per avere un'idea generale. E per farsene una più specifica delle conseguenze pratiche è sufficiente scorrere i dati sui tempi di pagamento (riportati sul Quotidiano degli enti locali e della Pa del 7 febbraio): a liquidare le fatture alle aziende di farmaci l'Umbria impiega 43 giorni, mentre il Molise ce ne mette 606 e la Calabria, seconda nella classifica nazionale dei ritardi, 275.

Problemi e cause
Il problema, insomma, è strutturale, e altrettanto lo sono le sue cause. Nel caso dei Comuni, a schiacciare i bilanci è un circolo vizioso fra mancate riscossioni delle entrate e conseguente penuria di risorse per assicurare servizi adeguati ai cittadini, che a loro volta sono portati a mancare l'appuntamento con i pagamenti a favore di amministrazioni locali che giudicano assenti.
La spirale affonda poi in economie territoriali in crisi, dove l'assenza di occasioni di lavoro ha gonfiato gli organici delle società partecipate; oppure ha creato le sacche di precariato da ricatto, come accaduto in Sicilia dove le migliaia di precari comunali e regionali animano ogni anno le manifestazioni davanti a Palazzo dei Normanni per chiedere alla finanziaria regionale la proroga dei contratti. Proroga che arriva puntuale, per tenere corta la corda fra chi ha bisogno di posti di lavoro e la politica che li concede a tempo.


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