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Split payment, l'Italia chiede alla Ue la proroga triennale e l'estensione alle società controllate

di Gianni Trovati

Con la proroga triennale per lo split payment e la sua possibile estensione oltre i confini attuali, chiesta ieri dal ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan alla commissione europea, arriva la prima mossa operativa della manovra di aggiustamento da 3,4 miliardi (2 decimali di Pil) messa in agenda per evitare il rischio di procedura d'infrazione.
Lo split payment, in base al quale la Pubblica amministrazione che acquista beni e servizi dai privati versa l'Iva direttamente allo Stato e non al venditore, è fra le misure antievasione che secondo l'Economia «hanno ottenuto grande successo» in termini di raccolta delle entrate e che possono tornare utili anche per il nuovo sforzo chiesto dalla Ue. Il suo omologo nel settore privato, il reverse charge, ha lo stesso effetto ma non sarà toccato dalla correzione in arrivo.
La lotta all'evasione Iva, secondo la strategia e il calendario ribaditi ancora ieri da Padoan, dovrà portare un miliardo aggiuntivo e sarà tradotta in norma nell'ultima parte della correzione in due tempi, che si chiuderà entro la fine di aprile ma con tutta probabilità (le valutazioni sono in corso) sfocerà in un primo provvedimento già nelle prossime settimane.
Sullo split payment, la mossa è duplice. Prima di tutto il governo chiede al governo di estendere fino al 2020 la deroga alle regole normali dell'Iva che per il momento scade a fine 2017. Il semplice allungamento di una finestra già aperta serve a rendere più duraturi gli effetti in termini di maggior gettito garantiti dal meccanismo (circa 10 miliardi nel 2016), ma non può aiutare a correggere i conti 2017 che già poggiano anche sullo split. A questa seconda esigenza, più urgente, risponde invece la seconda mossa, che chiede alla commissione la possibilità di estendere il meccanismo a «soggetti e transazioni» finora escluse dall'avvio italiano dello split payment. In questo caso, i tecnici guardano prima di tutto all'applicazione dell'inversione contabile anche nei rapporti commerciali con le società pubbliche (come anticipato sul Sole 24 Ore del 2 febbraio), almeno nei settori in cui questa strada è più percorribile.
Per il resto, la composizione dell'aggiustamento indicata nella lettera inviata ieri a Bruxelles conferma i calcoli dei giorni scorsi basati sulle cifre di massima indicate da Padoan a inizio febbraio.
La composizione dell'aggiustamento è fatta per tre quarti da maggiori entrate e per un quarto da maggiori uscite. Fra queste il 60%, cioè circa 1,5 miliardi, arriveranno dalle accise e da «altre imposte indirette» (ma non gli aumenti delle aliquote Iva, espressamente esclusi dal governo). L'altro quarto dello sforzo indicato da Bruxelles andrà invece portato avanti sul versante delle spese: per il 90% (800 milioni circa) l'impegno sarà a carico dei tagli ai ministeri, mentre il centinaio di milioni che servono a chiudere il conto dovrebbero arrivare dall'intervento su crediti d'imposta settoriali (escluso qualsiasi taglio alle agevolazioni fiscali). A meno che, ovviamente, alla fine si riesca a limare il conto di qualche centinaio di milioni, magari grazie a indicatori sul Pil più favorevoli del previsto. In quel caso, a ridursi sarebbe prima di tutto il conto delle accise.


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