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Le scuole paritarie pagano l'Ici

di Maria Suppa (*) - Rubrica a cura di Anutel

Il pagamento di rette da parte degli utenti è rivelatore dello svolgimento di attività commerciale, con la conseguente soggezione a Ici degli immobili destinati a scuola paritaria.
Con la pregevole sentenza n. 336, pronunciata in data 18 ottobre 2016 e depositata il 27 ottobre 2016, la Ctp di Trieste, sezione I, ha rigettato il ricorso proposto da un ente ecclesiastico avverso gli avvisi di accertamento emessi dal Comune di Trieste per l'Ici dovuta e non versata per gli anni 2010 e 2011 sull'immobile di proprietà dell'Istituto e adibito a scuola paritaria.

La pretesa esenzione
L'ente ricorrente aveva sostenuto il proprio diritto a beneficiare dell'esenzione dal tributo prevista dall'articolo 7 del Dlgs 504/1992 che nella versione vigente ratione temporis consentiva l'accesso all'esenzione a tutti gli immobili posseduti dagli enti non profit e destinati a una delle attività tipizzate, purché svolte con modalità «non esclusivamente commerciali».
La Ctp di Trieste ha ritenuto non fondata la tesi prospettata dall'ente ecclesiastico e ha, invece, accolto in pieno le argomentazioni esposte dal Comune resistente. In particolare, la Ctp ricostruisce in maniera ineccepibile l'evoluzione normativa e giurisprudenziale che ha caratterizzato la norma di esenzione in oggetto.
Innanzitutto, il giudice del merito evidenzia che per l'esonero dal pagamento dell'Ici ex articolo 7, comma 1, lettera i), del Dlgs 504/1992, non è sufficiente lo status di ente ecclesiastico e il perseguimento di finalità educative e di formazione, poiché la norma esige che l'immobile sia utilizzato direttamente ed esclusivamente dall'ente proprietario per lo svolgimento di una delle attività tipizzate e che tali attività non possano qualificarsi come attività commerciali.

Sulla natura commerciale dell'attività
Proprio con riferimento alla natura commerciale o meno delle attività meritevoli dell'esenzione, la Ctp di Trieste osserva che l'articolo 7 citato, nella versione in vigore dal 2006 al 2011, ha comportato l'apertura di un procedimento di infrazione da parte della Commissione Europea, proprio nella parte in cui riconosceva il diritto all'esenzione anche per le attività svolte con modalità «non esclusivamente commerciali». La Commissione europea ha, quindi, avviato, in data 12 ottobre 2010, un'accurata indagine al fine di valutare la compatibilità o meno dell'articolo 7, comma 1, lettera i) citato, con le norme dell'Ue in materia di aiuti di Stato. E ciò perché per la giurisprudenza comunitaria, è attività economica quella organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi su un determinato mercato che sia ricollegabile a un dato obiettivo inerente l'attitudine a conseguire la remunerazione dei fattori produttivi, rimanendo giuridicamente irrilevante lo scopo di lucro. Con la decisione del 19 dicembre 2012, la Commissione europea ha, quindi, statuito che l'esenzione dal pagamento dell'Ici concessa dal 2006 al 2011 dalla disposizione in questione fosse incompatibile con le norme europee sugli aiuti di Stato. Della pronuncia emessa dalla Ce ha, poi, preso atto la più recente giurisprudenza della Cassazione. E, infatti, la Ctp opportunamente richiama le sentenze della Suprema Corte del luglio 2015 (sentenze nn. 14225e 14226 dell'8 luglio 2015), nelle quali il giudice di legittimità, chiamato a decidere sul diritto o meno degli immobili destinati a scuola paritaria a beneficiare dell'esenzione dall'Ici, ha evidenziato come erroneamente il giudice d'appello, per escludere la natura commerciale dell'attività svolta dalla scuola, aveva attribuito rilievo alla circostanza che l'ente non perseguiva lo scopo di lucro, operava in perdita e che le rette pagate dagli utenti erano di importo non elevato.

Il principio posto dalla Cassazione
Per la Cassazione, invece «… la mancanza dello scopo di lucro che riguarda il movente soggettivo che induce l'imprenditore a esercitare la sua attività, è giuridicamente irrilevante ai fini della qualificazione del carattere imprenditoriale di una determinata attività. Qualsiasi attività consistente nell'offrire beni e servizi in un mercato costituisce attività economica, dovendosi, invece, escludere il carattere commerciale esclusivamente nel caso in cui l'attività sia svolta in modo del tutto gratuito, dato che non può essere considerata imprenditoriale l'erogazione gratuita di beni o servizi prodotti…».
Principi, peraltro, recentemente ribaditi dalla Suprema Corte con le ordinanze nn. 19039-38-37-36 e 35 del 27/09/2016. Il dictum della Cassazione è, quindi, chiaro: «…il pagamento di un corrispettivo per la fruizione dell'attività didattica è rivelatore dell'esercizio dell'attività con modalità commerciali, non assumendo rilievo ai fini dell'esenzione neanche la circostanza che gli eventuali utili fossero reinvestiti nell'attività…». Discorso analogo vale per le rette riscosse per l'ospitalità nella casa per ferie e/o per la casa di riposto per anziani, non essendo sufficiente ad escludere l'esercizio dell'attività con modalità non commerciali il fatto che (eventualmente) le stesse siano più basse rispetto ai prezzi di mercato.

(*) Avvocato tributarista, membro dell'Osservatorio tecnico e docente esclusivo di Anutel


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