Home  › Fisco e contabilità

Aboliamo anche i dirigenti a tempo determinato?

di Francesco Fraticelli (*) - Rubrica a cura di Anutel

Nella legge Madia (legge 7 agosto 2015 n. 124, deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche) la riforma della dirigenza pubblica è tutta disegnata nell'articolo 11. Il decreto attuativo è stato approvato in questi giorni subito dopo la pausa estiva. L'intero impianto di riforma è tutto incentrato sulla complessa costruzione del dirigente pubblico a tempo indeterminato.

Dei dirigenti a tempo determinato (di cui all'articolo 19, comma 6, del Dlgs 165/2001 per le amministrazioni statali e all'articolo 110, comma 1, del Tuel per le amministrazioni locali), direttamente non se ne parla. Sembra quasi che i dirigenti a tempo determinato non esistano. Solo alla fine della lettera g) del comma 1 dell'articolo 11 si prevede la possibilità di accessi a tempo determinato salo per i posti dirigenziali non coperti con le normali procedure concorsuali a tempo indeterminato («per quanto riguarda gli incarichi dirigenziali non assegnati attraverso i concorsi e le procedure di cui alla lettera c) del presente comma, previsione di procedure selettive e comparative, fermi restando i limiti percentuali previsti dall'articolo 19, comma 6, del decreto legislativo 30 marzo 200t n. 165, con conseguente eventuale revisione delle analoghe discipline e delle relative percentuali, definite in modo sostenibile per le amministrazioni non statali»).
Come si vede, non solo non si ridisegna con la riforma un ruolo definito ai dirigenti a tempo determinato, ma si riserva loro un ambito soltanto residuale: dopo che saranno espletati tutti i concorsi previsti dalla riforma i posti rimasti liberi potranno essere destinati ai dirigenti a tempo determinato. Inoltre viene prevista la revisione della disciplina e delle relative percentuali dei posti della dotazione organica, per cui si intuisce che il numero dei dirigenti a tempo determinato sia destinato a ridursi fino a scomparire.

Si continua, in sostanza, con la solita politica delle «abolizioni» più o meno dichiarate (il Coreco, le province, il segretario comunale, i revisori dei conti sorteggiati, prossimamente i valutatori eccetera) anche se in questo caso l'abolizione non è dichiarata ma solo avviata...su un binario morto. Siamo sicuri che questa sia la strada giusta? Se, come si legge sempre alla lettera g) del comma 1 dell'articolo 11, il dirigente pubblico deve avere «requisiti necessari in termini di competenze ed esperienze professionali, tenendo conto della complessità, delle responsabilità organizzative e delle risorse umane e strumentali» e che nella procedura concorsuale bisogna tener conto della «rilevanza delle attitudini e delle competenze del singolo dirigente, dei precedenti incarichi e della relativa valutazione, delle specifiche competenze organizzative possedute... purchè attinenti all'incarico da conferire» c'è da chiedersi chi meglio dei dirigenti a tempo determinato può vantare e assicurare tali requisiti.
E se è così non sarebbe meglio, invece di esorcizzarli, costruire per loro percorsi di accesso alla dirigenza pubblica chiari e alla luce del sole, anche straordinari e una tantum, per non disperdere un patrimonio di competenze e conoscenze a vantaggio anche della collettività? Il sottosegretario Rughetti ha aperto a delle modifiche migliorative al decreto, questo credo sia il momento per effettuarle. A volte per migliorare non serve avere di più, basta non perdere e valorizzare quello che si ha.

(*) Presidente Regionale Anutel del Lazio


© RIPRODUZIONE RISERVATA