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Una spinta agli investimenti dal «nuovo» pareggio di bilancio approvato al Senato

di Gianni Trovati

Con il via libera ottenuto ieri in Senato, che anche per ragioni di calendario non dovrebbe essere rimesso in discussione dalla Camera, la riforma del pareggio di bilancio per regioni ed enti locali offre qualche certezza in più agli amministratori, e soprattutto prova a costruire le condizioni per dare un po' di fiato a un rilancio degli investimenti pubblici che finora si è rivelato più altalenante del previsto.

Le misure adottate
La riforma, approvata ieri a Palazzo Madama con 184 voti a favore, 45 contrari e 44 astenuti, riscrive le regole varate nel 2012 dal governo Monti per attuare il pareggio di bilancio scritto nel nuovo articolo 81 della Costituzione, che avrebbero imposto a Regioni ed enti locali di pareggiare ogni anno 8 saldi: quello di parte corrente e finale, di cassa e competenza, a preventivo e a consuntivo. Per le Regioni, anzi, il pacchetto si sarebbe replicato per la gestione ordinaria e per quella sanitaria, portando a 16 i conti da pareggiare tutti gli anni. Scritta sull'onda iper rigoristica seguita alla crisi dello spread, una griglia di questo tipo si è rivelata da subito praticamente inapplicabile, al punto che l'ultima manovra, per disciplinare il primo anno di attuazione della nuova disciplina, ci ha messo una pezza imponendo agli enti locali solo il rispetto del saldo finale di competenza. Si tratta, del resto, del numero più in linea con quello rilevato da Bruxelles nell'esame sui risultati nazionali di finanza pubblica, mentre gli altri vincoli avrebbero finito per ingessare la gestione senza la certezza di migliorare davvero il quadro del consolidato della Pa. La riforma approvata ieri rende strutturale questa situazione, e questo rappresenta una prima buona notizia per gli investimenti, che vivono per natura in un orizzonte pluriennale e quindi inciampano quando le regole cambiano di anno in anno.

Il fondo pluriennale vincolato
Ma c'è di più. I correttivi decisi in commissione Bilancio al Senato, e confermati ieri dall'aula portando a termine il lavoro coordinato dalla relatrice Angela Zanoni (Pd) mette a punto un'altra questione, molto tecnica ma importante. Con la nuova contabilità, regolata dal decreto legislativo 118 del 2011 e in vigore a regime dall'anno scorso, gli enti iscrivono in un fondo (si chiama "fondo pluriennale vincolato") le somme legate agli investimenti che non vengono spese nello stesso anno in cui sono impegnate. Far rientrare queste somme in entrata nei calcoli del pareggio di bilancio aiuta le amministrazioni a centrare gli obiettivi di finanza pubblica, e per questa ragione la manovra 2016 aveva permesso questo meccanismo per la quota non finanziata da debito. Con la riforma approvata ieri in Senato la situazione si ripete per i prossimi anni, in due fasi: per il 2017/2019, anche grazie a un accordo politico fra governo e comuni, si prevede di replicare il "bonus" di quest'anno, che in pratica si traduce in un maggior spazio per investimenti da 660 milioni all'anno, mentre dal 2020 tutto il fondo pluriennale in entrata sarà considerato nei calcoli.
Se, come tutto lascia supporre, questa impostazione sarà confermata alla Camera, gli investimenti locali troveranno finalmente un quadro stabile, e toccherà alla responsabilità delle singole amministrazioni riempirlo di realizzazioni effettive. Fermo restando che per Province e Città metropolitane la situazione rimane comunque complicata, visto che il decreto enti locali in discussione alla Camera permette di evitare il pareggio a preventivo, rimandando la palla al consuntivo: un obiettivo praticamente irraggiungibile per molti enti di area vasta senza qualche intervento in corso d'opera.


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