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Doppie residenze e agevolazioni Imu-Tasi, la valutazione dei giudici di merito

di Maria Suppa (*) - Rubrica a cura di ANUTEL

Alcune recenti pronunce di merito offrono spunti molto interessanti sulla delicata questione delle doppie residenze troppo spesso acquisite dai coniugi al (solo) fine di beneficiare dell'esclusione dall'Ici/Imu (e da quest'anno anche dalla Tasi) per l'abitazione principale.

L'abitazione principale e l'agevolazione fiscale
Nel caso esaminato dalla Ctp di Lecco con la sentenza n. 98/1/2016 del 14 marzo 2016, due coniugi con residenza e dimora in due distinti immobili di proprietà, situati in Comuni diversi, hanno avanzato il diritto a beneficiare dell'esenzione dall'Ici per entrambi gli immobili.
Il Comune, di contro, ha evidenziato che in base all'articolo 8 del Dlgs 504/1992 è abitazione principale l'immobile nel quale il soggetto passivo e i suoi familiari dimorano abitualmente, intendendosi tale, salvo prova contraria, quello di residenza anagrafica.
I giudici di merito hanno accolto in pieno la tesi difensiva del Comune. Per la Ctp, infatti, è abitazione principale, ai fini Ici, solo quella di dimora di entrambi i coniugi.
Con l'entrata in vigore dell'Imu, peraltro, il legislatore ha inteso definire in maniera ancor più rigorosa e puntuale il concetto di abitazione principale. Per l'articolo 13, comma 2, del Dl 201/2011, infatti, è abitazione principale l'immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore e il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente.
La dimora e la residenza di entrambi i coniugi nell'immobile rappresentano, pertanto, anche ai fini Imu conditio sine qua non per accedere al trattamento agevolato (salvo i casi di immobili situati nello steso Comune laddove la norma riconosce il trattamento di favore per un solo immobile anche a prescindere dalla dimora e residenza di entrambi i coniugi). In tal senso si è, peraltro, espressa chiaramente la Cassazione con la nota sentenza n. 14389 del 15 giugno 2010 nella quale ha statuito che «…ai fini della definizione di abitazione principale e del riconoscimento del conseguente trattamento di favore, è irrilevante che il possessore dimori abitualmente nella sua casa ubicata nel Comune poiché è necessario tener conto non già della sola dimora del contribuente ma anche della dimora del coniuge e dei figli minori … salvo che non sia fornita idonea prova che lo … spostamento... della propria dimora abituale sia stato causato dal …».
La Cassazione ha però lasciato irrisolte due questioni non di poco conto.

Il problema delle prove
La prima attiene al profilo probatorio, ovvero il giudice di legittimità manca di specificare quali atti e documenti debbano ritenersi idonei a provare l'intervenuta frattura del rapporto coniugale che, rendendo incompatibile la convivenza, giustifica l'allontanamento di uno dei coniugi dalla residenza familiare consentendo di riconoscere, comunque, il trattamento di favore. Mancando, a oggi, indicazioni sul punto da parte del giudice di legittimità e nel silenzio della norma, tale valutazione non può che spettare al Comune in fase di verifica e controllo e al giudice tributario nella eventuale successiva fase contenziosa.

Le ragioni della mancata convivenza
Altra questione rilevante è se le doppie residenze acquisite dai coniugi possano consentire l'esenzione/esclusione dal tributo anche nei casi in cui il difetto di coabitazione non sia stato determinato dalla separazione (cui conseguirebbe la nascita di due distinti nuclei familiari) bensì da altre e diverse ragioni (ad esempio, esigenze di lavoro, gravi motivi familiari o ragioni di salute). A tale conclusione è giunta la Ctp di Lecco con la sentenza n. 89/2/2016 del 4 aprile 2016.
Il giudice tributario partendo dai principi espressi dalla Cassazione, è giunta ad affermare che la separazione personale non deve ritenersi l'unica causa di sdoppiamento delle residenze che in deroga alla norma di definizione consente comunque il trattamento di favore previsto per l'abitazione principale.
Per la Ctp, in particolare, vi possono essere altre ragioni (quali ad esempio, esigenze di lavoro o familiari) che rendono necessario (e non solo meramente conveniente) l'allontanamento di uno dei coniugi dalla residenza familiare e che se opportunamente documentate e riscontrate dall'ente locale, consentono di escludere il rischio di elusione della norma agevolativa e rendono, pertanto, legittimo il diritto all'esclusione dal tributo (posizione, questa, peraltro, già espressa dal Mef nella circolare n. 3/2012) .
Pur apprezzando lo sforzo interpretativo compiuto dal giudice di merito non può non rilevarsi che mentre la frattura del rapporto coniugale, poiché rende impossibile la convivenza, rappresenta una consequenziale deroga alla definizione di abitazione principale delineata dalla norma d'imposta, la lettura della disposizione fatta propria dalla Ctp non presuppone la disgregazione del nucleo e quindi il suo venir meno quale causa giustificativa del distacco ma anzi lo tutela pur difettando la convivenza dei coniugi. Siffatta apertura si traduce (nel silenzio della norma) in una interpretazione estensiva della disposizione non consentita stante la stretta e rigorosa applicazione delle norme agevolativa.

(*) Avvocato tributarista, membro dell'Osservatorio tecnico e docente esclusivo Anutel


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