Home  › Fisco e contabilità

Diritto all'aspettativa per incarichi dirigenziali a contratto

di Rossana Salimbeni (*) - Rubrica a cura di Anutel

Ampliati dal Dl 90/2014 gli spazi per gli incarichi dirigenziali e paradidirigenziali a termine negli enti locali e positivizzato l'obbligo del ricorso a procedure selettive pubbliche. La norma ha reso solenne un principio che in modo consolidato era già nei fatti; la ragione è, certamente, quella di eliminare ogni dubbio in merito alla necessità di selezionare in forma pubblica anche incarichi che conservano un momento di fiduciarietà forte e rimarcare che nessuna scelta, nemmeno se fiduciaria, può avvenire fuori dalle regole, dai requisiti professionali per l'accesso alla qualifica, dal buon governo.

La novità
Il tema dalla selettività nel conferimento di un incarico dirigenziale o di alta specializzazione ai sensi dell'articolo 110 del Dlgs 267/2000 ha, nel tempo, animato dottrina e giurisprudenza e ha diviso quanti lo ritenevano un incarico fiduciario puro e semplice e quanti, in maniera più corretta, esprimevano riserve nei confronti della cosiddetta «dirigenza fiduciaria», privilegiando, per l'accesso alla dirigenza, compresa la dirigenza a contratto, il ricorso a procedure selettive pubbliche e trasparenti.
Ma veniamo al punto. Nella nuova versione dell'articolo 110 si legge che per tutti questi incarichi il dipendente pubblico ha diritto a essere collocato in aspettativa. È stata letteralmente cancellata la disposizione previgente che imponeva le dimissioni a fronte della sottoscrizione di un incarico di tal fatta.

Le regole precedenti
L'innovazione è dirompente laddove si ponga mente al fatto che nella precedente formulazione quello stesso comma 5 prevedeva una incompatibilità ex lege tra l'incarico ex articolo 110 e il rapporto di lavoro a tempo indeterminato in capo allo stesso soggetto, tant'è che a presidio del principio veniva scritta una sanzione dura, ovvero, quella della risoluzione di diritto del rapporto d'impiego con l'ente di appartenenza. Una tale apertura, infatti, si sarebbe posta in contrasto evidente con la vigente disciplina in materia di incompatibilità contenuta nell'articolo 53 del Dlgs 165/2001, posto che durante l'aspettativa, il rapporto di lavoro principale è ancora vivo, anche se in una fase di quiescenza, con la sospensione delle reciproche obbligazioni delle parti.
Il regime delle aspettative cosiddetto di diritto è infatti costruito su presupposti assolutamente differenti, coincidenti con esigenze preminenti della persona a tutela di diritti costituzionalmente garantiti. Un passo indietro grande e deciso sul percorso di omogeneizzazione lavoro pubblico/lavoro privato è stato operato da questa norma che ha riscritto in chiave garantista un percorso decisionale che doveva essere, invece, guidato unicamente da valutazioni di ragionevolezza organizzativa e di impatto della scelta sul contesto generale.

Gli interessi pubblici in ballo
Come può la nuova versione dell'articolo 110 trovare un suo spazio armonioso nell'articolo 2 del Dlgs 165/2001? Un'interpretazione di sistema, certamente più coerente con la tanto propagandata privatizzazione del lavoro pubblico, impone una lettura diametralmente opposta di quella norma. Il diritto del dipendente all'aspettativa deve poter esistere solo a seguito della valutazione datoriale sulla non compromissione degli interessi pubblici interessati dall'aspettativa. I «poteri del privato datore di lavoro» esistono solo nella misura in cui chi decide è messo nella condizione di ponderare a fronte delle esigenze del singolo, anche e anzitutto quelle della collettività alla cui cura esso è preposto per disposizione di legge, di contratto e perché questo è scritto nella Costituzione. Queste aspettative privano l'organizzazione di professionalità importanti per il coordinamento della struttura e sulle quali spesso si è investito sia in termini di formazione che di crescita professionale. Quel «sono collocati in aspettativa» scritto nel comma 5 dell'articolo 110, andrebbe mitigato da una lettura più coerente, potendo al più costituire opzione possibile per il datore di lavoro, a seguito di una valutazione generale sulla opportunità della scelta, non un diritto soggettivo del dipendente.


© RIPRODUZIONE RISERVATA