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Province, incostituzionali i tagli che azzerano i servizi

di Gianni Trovati

Le riforme che alleggeriscono i bilanci degli enti locali non possono tradursi in una sforbiciata così profonda da rendere impossibile lo svolgimento delle loro funzioni; i tagli «sproporzionati», infatti, violano non solo l'autonomia finanziaria delle amministrazioni territoriali, prevista dagli articoli 117 e 119 della Costituzione e il «buon andamento» della pubblica amministrazione tutelato dall'articolo 97, ma entrano in conflitto soprattutto con il principio dell'eguaglianza sostanziale di fronte alla legge fissato dall'articolo 3.

La sentenza
Sono queste le indicazioni cruciali che emergono dalla sentenza 10/2016, depositata venerdì (presidente Criscuolo, relatore Carosi), con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l'illegittimità di una serie di norme del bilancio 2014 approvato dalla Regione Piemonte, in linea con le premesse seguite nella sentenza 188/2015sui conti regionali dell'anno precedente (si veda anche Il Quotidiano degli enti locali e della Pa del 3 agosto 2015).
Queste norme, cumulandosi a tagli precedenti, avevano finito per ridurre del 65,6% rispetto al 2010 i fondi regionali per le funzioni delegate alle Province, un ventaglio di attività che spazia dalla tutela di acque e del suolo all'istruzione, ai servizi sociali e ai beni culturali. Contro queste decisioni, contenute nell'ultima manovra regionale della vecchia giunta di centrodestra e nel primo assestamento approvato dalla gestione di centrosinistra, si sono ribellate le Province di Asti e di Novara, che attraverso il Tar sono arrivate alla Consulta.

Il caso e i principi generali
I giudici si sono occupati quindi di una vicenda limitata nella geografia e nelle cifre in gioco (i fondi in questione erano stati ridotti da 60 a meno di 20 milioni) ma come mostra un altro caso piemontese finito alla Consulta, quello relativo alla gestione dei fondi sblocca-debiti che ha poi prodotto il decreto salva-Regioni per evitare il rischio di un buco contabile multimiliardario, il sale della sentenza è nei principi generali espressi dalla Corte.
In questo caso, lo snodo-chiave è nella considerazione che i tagli, non accompagnati da «una riorganizzazione dei servizi o da un'eventuale riallocazione delle funzioni», non vanno d'accordo con la Costituzione, che orienta la sua tutela sul piano sostanziale: soprattutto quando in gioco ci sono «settori di notevole rilevanza sociale», in cui il mancato svolgimento dei servizi mette a rischio l'uguaglianza dei cittadini. Un'involuzione di questo tipo, aggiunge la Corte, non si può verificare nemmeno durante il cantiere della riforma delle Province, che può portare alla loro soppressione dopo l'ultimo passaggio parlamentare della legge Boschi e il referendum. Il punto sono i servizi pubblici «indipendentemente dal soggetto che ne è temporalmente titolare», perché il loro esercizio effettivo non può «essere negativamente influenzato dalla complessità del processo di passaggio tra diversi modelli di gestione».


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