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Sospensione a tutto campo nel processo tributario

di Stefano Baldoni (*) – Rubrica a cura di Anutel

Lo scorso primo gennaio sono entrate in vigore le modifiche apportate al processo tributario dal Dlgs 156/2015. Si tratta di una riforma che ha ulteriormente rafforzato le garanzie in favore dei contribuenti, nell'ottica di un processo tributario più rapido ed efficiente. Con le nuove regole viene codificata a livello normativo la facoltà di sospensione degli atti impugnati e delle sentenze anche nei gradi di giudizio successivi al primo.

La sospensione dell'atto impugnato
Ordinariamente la presentazione del ricorso avverso un atto impositivo non determina la sospensione dei suoi effetti, ben potendo l'ente impositore provvedere alla sua esecuzione, seppure tenendo conto della riscossione frazionata in pendenza di giudizio (articolo 68 Dlgs 546/1992). In proposito, si rammenta che la sua applicazione ai tributi locali è tutt'altro che pacifica, alternandosi pronunce di segno opposto da parte della Suprema Corte. Dal primo gennaio 2016, tuttavia, la presentazione del ricorso nel caso di atti reclamabili (di importo non superiore a 20mila euro) comporta l'automatica sospensione degli stessi per 90 giorni (articolo 17-bis Dlgs 546/1992).
Per evitare l'esecuzione dell'atto, il contribuente ha facoltà nel giudizio di primo grado di chiedere alla commissione tributaria provinciale la sospensione della stessa (articolo 47 Dlgs 546/1992). Ciò presuppone tuttavia che vi sia il rischio di un danno grave e irreparabile che deriverebbe al contribuente dalla esecuzione della pretesa. Presupposto che, secondo consolidato orientamento, richiede che vi sia il fumus boni iuris (fondatezza del ricorso) e il periculum in mora.
In caso di presentazione dell'istanza di sospensione, il presidente della sezione deve fissare con decreto la sua trattazione nella prima camera di consiglio utile. Il decreto di riforma ha stabilito l'obbligo di comunicare il dispositivo in udienza alle parti, nonché ha previsto che l'ordinanza non impugnabile che decide sulla sospensione deve occuparsi anche delle spese della fase cautelare.
L'eventuale sospensione dell'atto impugnato (che può anche essere subordinata alla presentazione di idonea garanzia), cessa con il deposito della sentenza della commissione di primo grado.
Tuttavia, in caso di presentazione di appello avverso alla sentenza, il nuovo articolo 52 del Dlgs 546/1992 consente all'appellante di chiedere alla commissione regionale la sospensione dell'esecuzione della sentenza gravata di appello, nelle more del giudizio, recependo il tal modo il relativo consolidato orientamento giurisdizionale. Ciò a condizione che vi siano gravi e fondati motivi, circostanza che, secondo l'orientamento prevalente, postula comunque la sussistenza dei requisiti del fumus boni iuris e del periculum in mora.
La norma consente al contribuente (anche se non è l'appellante) di chiedere in ogni caso, nelle more del giudizio, la sospensione dell'esecuzione dell'atto originariamente impugnato, se dalla stessa possa derivargli un danno grave e irreparabile. Si pensi al caso di una sentenza favorevole al contribuente, appellata dall'ente impositore, sospesa dalla commissione regionale su richiesta dell'appellante, qualora il contribuente possa ricevere un rilevante pregiudizio dall'esecuzione dell'atto. La sospensione della sentenza è possibile anche dopo il giudizio di secondo grado.
Il Dlgs n. 156/2015 ha introdotto il nuovo articolo 62-bis del Dlgs n. 546/1992, il quale consente alla parte che ha presentato ricorso per cassazione della sentenza, di chiedere alla commissione tributaria che ha pronunciato la stessa (la quale può essere anche la commissione provinciale nel caso di ricorso in Cassazione «per saltum») di sospenderne in tutto o in parte l'esecutività, per evitare un danno grave e irreparabile. Inoltre, il contribuente può in ogni caso di chiedere la sospensione dell'esecuzione dell'atto impugnato, sempre nel caso di danno grave e irreparabile.
Come si può rilevare nell'ipotesi in cui la sospensione sia richiesta dal ricorrente, a differenza di quanto accade nel giudizio cautelare nel secondo grado, è necessario che dall'esecuzione della sentenza possa derivargli un danno grave e irreparabile e non anche che vi siano gravi e fondati motivi. La norma attribuisce rilievo infatti al solo periculum in mora e non anche al fumus boni iuris, poichè questo ultimo aspetto, come ricorda la circolare dell'Agenzia delle entrate n. 38/e del 29 dicembre 2015, è già stato valutato dal giudice che ha emesso la sentenza impugnata.

(*) Componente giunta esecutiva e osservatorio tecnico Anutel e docente Anutel


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