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Il contraddittorio endoprocedimentale non si applica ai tributi locali

di Andrea Giglioli - Rubrica a cura di Anutel

L'applicazione o meno del contraddittorio endoprocedimentale ai tributi locali sembra avere trovato un orientamento definitivo.

La sentenza della Cassazione
Le sezioni unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24823/2015, affrontano il complesso dilemma, controverso anche all'interno della stessa Corte, che aveva generato confusione e ansia negli addetti ai lavori degli uffici tributari comunali. Le sezioni unite erano chiamate a rispondere al seguente quesito: «se le garanzie, di carattere procedimentale, predisposte dall'articolo 12, comma 7, l. 212/2000, si applichino soltanto agli accertamenti emessi in esito ad accessi, ispezioni e verifiche fiscali effettuate nei locali ove si esercita l'attività imprenditoriale o professionale del contribuente; ovvero se esse – in quanto espressione di un generalizzato obbligo di contraddittorio nell'ambito del processo amministrativo di formazione dell'atto fiscale, eventualmente riferibile a dati normativi aliunde desumibili nell'ordinamento nazionale o in quello dell'Unione europea – operino pure in relazione agli accertamenti conseguenti ad ogni altro tipo di verifica fiscale e, in particolare, in relazione agli accertamenti derivanti da verifiche effettuate presso la sede dell'Ufficio, in base alle notizie acquisite da altre pubbliche amministrazioni, da terzi ovvero dallo stesso contribuente, in conseguenza della compilazione di questionari o in sede di colloquio (cosiddette verifiche a tavolino)».
Ebbene con una sentenza molto articolata, la Cassazione analizza tutte le vicende che hanno interessato la materia spaziando dalla normativa nazionale a quella comunitaria, dando, altresì, una lettura dettagliata e orientata delle sentenze, a volte contraddittorie, precedentemente emessa dalla stessa Corte (anche a sezioni unite).

Il principio di diritto
Dalla complessa analisi ne esce un principio di diritto, si auspica definitivo, ove si riconosce che, differentemente dal diritto dell'Unione europea, l'attuale diritto nazionale non prevede in capo all'amministrazione fiscale un generalizzato obbligo di contraddittorio endoprocedimentale, comportante, in caso di violazione, l'invalidità dell'atto. Per i tributi "non armonizzati" con il diritto europeo (cioè quelli di tipo diretto tra i quali ricadono anche l'Ici, l'Imu e la Tasi) l'obbligo dell'amministrazione di attivare il contraddittorio sussiste solo se esso è specificamente sancito dalle norme che regolano quel tributo. Il contraddittorio risulta, invece, obbligatorio per i tributi "armonizzati" (cioè quelli di tipo indiretto) in quanto sussiste la diretta applicazione del diritto dell'Unione.
Alla luce di quanto sopra esposto, gli uffici tributari comunali possono tirare un sospiro di sollievo, parzialmente rotto dall'introduzione dal 1° gennaio 2016 del reclamo e della mediazione in forza del Dlgs n. 156/2015.


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