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La spending review non decolla, serve una nuova formula per pesare entrate e spese

di Ettore Jorio

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Con le dimissioni di Roberto Perotti, da commissario della spending review, che si sono succedute agli abbandoni, più o meno volontari, di Enrico Bondi e Carlo Cottarelli, diventa naturale chiedersi se la formula individuata di revisionare la spesa pubblica sia quella giusta. Specie in relazione all'irrinunciabile intento di mantenere inalterato il livello di erogazione dei servizi e delle prestazioni essenziali afferenti ai diritti sociali. E già, perché ciò che sembrava una soluzione concreta, addirittura idonea a finanziare rilevanti costi della legge di stabilità, sta dimostrando il suo fallimento, finanche ideologico. Ciò per due ordini di motivi.

Le possibili cause del fallimento
Il primo, per la complessità del lavoro, a fronte del quale si è preferito costituire i soliti tavoli tecnici che non hanno mai prodotto alcunché, a conferma dell'adagio che quando la politica non vuole intervenire tempestivamente e sul serio prevede la «costituzione di una commissione». Non solo. Perché non sono state neppure individuate le opzioni legislative utili a riformare sistematicamente i settori più dolorosi sotto il profilo dei rapporti spesa/qualità delle prestazioni da rendere alla collettività, a cominciare dalla sanità e dal sistema delle autonomie. Ambiti difficili a mettervi le mani, perché assicurano ai decisori troppi scontati privilegi.
Il secondo, perché a tutela dello stantio, la burocrazia - soprattutto quella che conta per avere capitalizzato le conoscenze essenziali - rema decisamente contro, atteso il suo irrinunciabile interesse a non rimettere neppure un millimetro dalle posizioni consolidate nel tempo, produttive di rendite invidiabili e spesso esercitate borderline. L'astensione tecnica e l'ingenerare preoccupazione di ogni genere sul da farsi sono le armi a sua disposizione. Quelle armi che i boiardi sono abili a esercitare, sia nell'ambito dell'apparato statale che di quello territoriale, esteso agli enti/organismi partecipati.
Da qui, il condizionamento della politica che si preannuncia innovatrice salvo poi adeguarsi, con buona pace per le alternative scomode guerriglie interne.
Ha ragione Matteo Renzi ad affermare che «la spending review non la fa un commissario, ma la si fa attraverso un percorso di trasparenza». Aggiungiamo noi, con la volontà di farla, costi quello che costi. Ed è questo il problema.

Una ricetta per il cambiamento
Più che discutere e "budgettare" risparmi, derivanti da una molto ipotetica revisione dei costi asistemica, funzionale ad assicurare risorse da spendere altrimenti, occorrerebbe investire in volontà politica e risorse da destinare alle riforme occorrenti. Quelle produttive del cambiamento autentico e non già delle mediazioni, del tipo quelle riferite alle Province divenute più immortali di Highlander.
Si cominci, quindi, per dirla alla Richard Stone (Nobel 1984), a trattare il Paese come una famiglia nel senso di pesare realisticamente le entrate e le spese. Conseguentemente, a formulare riforme altrettanto reali e, con esse, a prescrivere diete istituzionali strumentali a ridurre le Regioni e sensibilmente i Comuni (si veda il Quotidiano degli enti locali e Pa del 13 novembre 2015), senza con questo ricorrere a forme aggregative dal sapore del più becero rinvio, funzionale a non scontentare chi occupa le attuali poltrone.
Il tutto, non disdegnando di mettere mano coraggiosamente nella sanità, nel sociale e nella scuola nel senso di investire di più oggi per garantire ai nipoti (quelli tanto cari al Premier che vi fa spesso riferimento) ciò che non viene garantito ai loro nonni.
Un modo per consentire a Yoram Gutgeld di concludere quel processo che non è mai iniziato, se non sul piano delle buone intenzioni, evitandogli così di rimanere da solo a pagare l'addition della solita buona idea andata male.


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