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Tutti i conti degli Statuti speciali: spesa corrente più alta del 62% rispetto all'Italia «ordinaria»

di Gianni Trovati

Il primo compito del quarto governo Crocetta, diventato subito "quater-bis" dopo l'ennesimo mini-rimpasto avviato nelle sue prime ore di vita, sarà quello di salvare la Sicilia dall'ennesimo rischio dissesto. Giusto venerdì, ha fatto sapere Davide Faraone che è sottosegretario all'Istruzione ma soprattutto è il riferimento di Renzi sull'Isola, il Cipe ha sbloccato 780 milioni di euro pescati dai Fondi di sviluppo e coesione per tamponare le falle di quest'anno. Alle porte, però, c'è un 2016 tutto in salita. Come spesso le capita, insomma, la Sicilia riassume a tinte più forti una crisi della finanza regionale che domina in questi giorni il dibattito nazionale. Anche quella a Statuto speciale, in realtà, è un'Italia divisa in due, formata da due parti distantissime fra loro per condizioni economiche e stato di salute dei bilanci, ma unite da un filo rosso: quello della spesa. Una spesa che nelle piccole autonomie del Nord, con l'eccezione parziale di un Friuli Venezia Giulia un po' meno "speciale" degli altri nelle forme di finanziamento e quindi nelle dimensioni delle uscite, alimenta apparati politici e burocratici imparagonabili con quelli dell'Italia "ordinaria", ma anche servizi spesso di alto livello e un welfare capillare. In Sicilia e Sardegna, invece, gli Statuti autonomi non hanno decentrato le funzioni svolte dallo Stato, ma hanno moltiplicato i costi fissi degli apparati burocratici e degli organici pubblici: proprio quelli che, ancora una volta, stanno schiacciando i conti siciliani.

Le cifre
Come accade per le Regioni ordinarie (su cui si veda Il Quotidiano degli enti locali e della Pa del 4 novembre), i numeri sono l'arma migliore per individuare il problema, anche se nel caso delle Autonomie speciali hanno bisogno di qualche spiegazione in più. Le cifre parlano di una spesa corrente pro capite che dove lo Statuto è autonomo si attesta a 3.750 euro all'anno, cioè a un livello superiore del 62% rispetto ai territori ordinari, ma sono figlie della media fra due situazioni molto diverse: quella del Nord, Valle d'Aosta e Trentino Alto Adige in testa, dove le Autonomie svolgono in prima persona anche molte funzioni statali, e difendono i propri livelli di spesa (più di 9mila euro ad abitante in Valle d'Aosta, tra i 5.500 e i 6.500 euro pro capite a Trento e Bolzano) anche con i primati nell'assistenza ai propri cittadini. Sulle Isole, invece, la spesa rimane più alta di quella delle Regioni ordinarie (la differenza è del 40%) ma non spinge in alto i servizi.

Le Autonomie del Nord
A gonfiare i bilanci delle Autonomie del Nord è lo scambio tra funzioni statali gestite direttamente e tributi erariali trattenuti sul territorio. È la «regola del 90%», che lascia direttamente alle Regioni i 9/10 dei principali tributi statali, e il 100% di altri gettiti "minori": a questa regola si è progressivamente avvicinato anche il Friuli Venezia Giulia, che di riforma in riforma ha visto crescere dal 40 al 91% l'Iva e dal 40 al 60% l'Irpef "trattenuta", due voci che si accompagnano al 45% dell'Ires e al 90% delle imposte sull'elettricità e delle accise sui tabacchi. In Regioni con un Pil pro capite più alto della media, un meccanismo del genere ingigantisce le entrate e porta in alto le risorse a disposizione degli abitanti. Da qui arriva il super-welfare, che sarebbe insostenibile se ne avessero diritto anche i cittadini dell'Italia "ordinaria", ma arriva anche la generosità delle istituzioni verso i loro politici. Anche dopo gli adeguamenti recenti, per esempio, in Valle d'Aosta assessori e consiglieri regionali e comunali costano 140 euro ad abitante, cioè dieci volte la media italiana. In Trentino Alto Adige, dove le indennità 2014 sfiorano i 60 euro ad abitante, è ancora in corso la guerra dei super-vitalizi: cancellato fra le polemiche il logaritmo pensato nella scorsa legislatura che avrebbe assicurato vitalizi fino al milione di euro ai consiglieri con più mandati in curriculum, si è accesa la battaglia legale sul recupero delle somme già erogate in base a quella regola, e all'appello mancano ancora 13 milioni di euro.

Il caso Sicilia
I numeri oversize della politica sono il tratto che unisce le Autonomie ricche del Nord e quelle disastrate del Sud, dove invece il quadro offerto da bilanci e servizi è più che fosco. La Sicilia, si diceva, ha appena ottenuto un salvagente da 780 milioni, che con un paradosso evidente serviranno in gran parte serviranno a garantire il «contributo alla finanza pubblica» nazionale chiesto alla Regione. Scavallato il 2015, però, l'impresa titanica di tenere in piedi i conti gravati da costi di personale e apparati fuori misura ricomincia. Nelle settimane scorse l'assessore all'Economia Alessandro Baccei ha preparato una bozza di finanziaria regionale con 300 milioni di euro di tagli, e gli amministratori dell'Isola stanno facendo la spola con Palazzo Chigi nel tentativo di spuntare un nuovo «salva-Sicilia» (il prossimo incontro è in calendario per lunedì). La crisi finanziaria della Regione ricade a domino su quella di molti Comuni, anche loro alle prese con l'emergenza delle casse vuote paradossalmente aggravata dal mancato arrivo dei fondi nazionali: centinaia di Comuni siciliani, infatti, non hanno inviato in tempo al ministero dell'Interno i certificati sui rendiconti del 2014, e quindi sono incappati nella sanzione che blocca il fondo. «La Regione è diventata il padre padrone di tutto», conferma Pietrangelo Buttafuoco, lo scrittore e giornalista catanese che con «Buttanissima Sicilia» ha avviato la battaglia contro lo Statuto speciale oggi al centro dell'appello ai «coraggiosi» (insieme al parlamentare ex Sel Claudio Fava e il deputato regionale Davide Ferrandelli, dimessosi a luglio) per le dimissioni contestuali dei consiglieri e conseguente commissariamento. Una prospettiva analoga a quella del Campidoglio, «ma - rimarca Buttafuoco - numeri e metro alla mano il caso Sicilia è dieci volte più grave, anche se è circondato da un silenzio agghiacciante. L'autonomia - attacca - ha creato una casta burocratica in continua crescita, perché procede per aggiunte e non per spoils system, ed è fallita proprio sulle specialità più delicate: è assurdo che la Sicilia non sia la prima vetrina d'Italia con il suo patrimonio storico e culturale, come è assurda la condizione dell'agricoltura».


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