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Nel salva-Regioni niente sanatoria per le delibere comunali approvate in ritardo

di Gianni Trovati

Il Governo approva il decreto «salva-Regioni» e arriva subito il «grazie» dei Governatori per bocca di Sergio Chiamparino, che oltre a guidare la conferenza dei presidenti regge le sorti del Piemonte, cioè la prima Regione interessata dal salvagente dopo che la Corte costituzionale ne aveva bocciato i conti 2013 aprendo un disavanzo vicino ai 6 miliardi. Il provvedimento, che era comunque atteso dall'ampia maggioranza delle Regioni, non offre fondi aggiuntivi, ma spegne il fuoco acceso dalla gestione dei fondi sblocca-debiti anticipati dal Governo nel 2013. Il salvataggio arriva con due mosse: l'orizzonte di 30 anni per ripianare i disavanzi di amministrazione, e la costituzione nella colonna delle spese dei bilanci regionali di un «fondo anticipazioni» non impegnabile e pagabile, per evitare che si aprano nuovi buchi in futuro.

Niente sanatoria per le delibere
Nel provvedimento, quattro articoli in tutto destinati a confluire nella manovra per la conversione in legge, non trova invece spazio alcuna misura per i Comuni, perché la sanatoria sulle aliquote dei tributi approvate in ritardo è stata esclusa dal testo per il «non possumus» di Palazzo Chigi. Anche le nuove regole sulla gestione dei fondi sblocca-debiti riguardano solo le Regioni, per cui non possono aiutare anche i Comuni che fossero incappati nello stesso problema: una prospettiva, denunciata qualche settimana fa dalla Corte dei conti, su cui però i magistrati contabili hanno appena cominciato l'analisi.

Ripiani in 30 anni dei disavanzi regionali
La questione è ad altissima caratura tecnica, ma ha anche evidenti ricadute sostanziali e politiche. In molte Regioni, in base a scelte che secondo i governatori erano state avallate a suo tempo dai tavoli con il Governo, i prestiti assicurati dal ministero dell'Economia per consentire alle Regioni di pagare le fatture arretrate sono stati trattati nei bilanci in modo tale da consentire l'aumento degli spazi per nuova spesa corrente. Un effetto illegittimo, ha spiegato la Corte costituzionale quando si è occupata del Piemonte, perché i vecchi debiti da finanziare dovevano già essere iscritti nei conti, sotto forma di «residui passivi», per cui i soldi dell'Economia non avrebbero potuto in alcun modo migliorare i saldi e alimentare nuova spesa. Nascono da qui i disavanzi, che secondo le stime circolate in queste settimane avrebbero raggiunto i 9 miliardi di euro e che senza l'intervento governativo avrebbero schiacciato i conti regionali con le rate necessarie a ripianarli: con 30 anni di tempo, in base a un calendario analogo a quello che governa la restituzione degli anticipi arrivati dal ministero dell'Economia, la rata annuale si abbassa drasticamente, e quindi si evita il rischio di dissesti a catena delle Regioni.

Le prossime tappe
Dopo l'entrata in vigore del provvedimento, le amministrazioni dovranno correre per aggrapparsi alla scialuppa di salvataggio, perché dopo il 30 novembre i bilanci di quest'anno non si possono più modificare. La stessa scadenza riguarda quei Comuni che, non potendo contare sugli aumenti fiscali deliberati dopo il 30 luglio (con proroga al 30 settembre solo per la Sicilia), devono trovare un'altra strada per far quadrare i conti. Il via libera al decreto è importante sul piano politico anche perché toglie dal tavolo delle trattative fra Governo e Regioni sulla manovra un ostacolo ingombrante, che ha parecchio contribuito al drastico scaldarsi dei toni seguito da una pacificazione altrettanto repentina. Con il provvedimento approvato, tutti gli occhi tornano a volgersi sulla partita dei 111 miliardi del fondo sanitario, che con i lavori parlamentari della manovra potrebbero salire di 500 milioni (anche se non manca chi, come la minoranza Pd, punta a un incremento più forte limitando il raggio d'azione dell'addio alla Tasi sulla prima casa) per siglare la nuova pace fra presidenti e Governo.


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