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Otto per mille, per lo Stato niente fondi e troppi sprechi

di Gianni Trovati

«Lo Stato si disinteressa dell'8 per mille». Si può riassumere così la critica mossa anche quest'anno dalla Corte dei conti al padre dei meccanismi di destinazione volontaria dell'Irpef, poi riprodotto nel 5 per mille per le finalità sociali e, da ultimo, nel 2 per mille per i partiti. Sull'8 per mille, anche dodici mesi fa i magistrati contabili avevano sollevato più di un'obiezione, ma nella nuova relazione (delibera 8/2015 della sezione centrale di controllo sulle Amministrazioni dello Stato, diffusa ieri) fanno un passo in più nel chiedere in modo chiaro un «ripensamento complessivo» del meccanismo.

Senza impegno
Il punto di partenza è rappresentato dall'immagine di uno Stato svogliato sia nel partecipare alla corsa dei finanziamenti sia nel controllare che il sistema funzioni. Il primo aspetto è reso evidente dall'assenza di campagne di informazione sulla possibilità di destinare l'8 per mille allo Stato e sulle possibili destinazioni "sociali" di questa opzione, che si traduce in un sostanziale monopolio delle confessioni religiose nella pubblicità sul tema. Una situazione del genere ovviamente alleggerisce le risorse che arrivano per questa via allo Stato, e che sono ulteriormente ridotte dalle manovre di finanza pubblica: fino a oggi i tagli hanno tolto 102,5 milioni di euro all'8 per mille statale, con l'effetto di «violare il patto con i contribuenti» penalizzando «solo solo coloro che scelgono lo Stato», per cui «la decurtazione andrebbe eliminata». Sul punto, gli auspici della Corte sembrano destinati a rimanere tali, perché la manovra 2016 che ha appena avviato il proprio iter al Senato assesta un altro colpo da 10 milioni (articolo 33, comma 4).

Gli sprechi
Il risultato è che Palazzo Chigi e gli altri ministeri coinvolti spendono tempo e risorse in istruttorie inutili, con l'obiettivo di selezionare progetti che poi non vengono finanziati per assenza di risorse. In decisa controtendenza la dinamica dei finanziamenti alle confessioni religiose, che «hanno superato ampiamente il miliardo di euro annui» con una prevalenza netta per la chiesa cattolica. A favorirla è anche il meccanismo che «neutralizza la non scelta» redistribuendo tutto in base alle proporzioni delle scelte espresse. Secondo i monitoraggi del dipartimento Finanze, che si fermano alle dichiarazioni sui redditi 2011 perché le risorse sono state distribuite quest'anno, meno del 46% dei contribuenti effettua una scelta esplicita, con il risultato che per la Corte i beneficiari finiscono per «ricevere più dalla quota indistinta destinata ai possibili beneficiari che non dalle precise scelte dei contribuenti». Risultati e correttivi, però, potrebbero essere valutati in modo più puntuale dopo l'operazione-trasparenza chiesta dalla Corte insieme all'introduzione di controlli più puntuali sulla corrispondenza effettiva fra scelte e destinazione dei fondi.


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