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Tributi locali, il potere regolamentare e le scelte dei Comuni

di Samantha Zebri - Rubrica a cura di Anutel

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Nel gestire le proprie entrate i Comuni dettano nei propri regolamenti comunali – approvati dal consiglio comunale - la specifica disciplina applicativa del tributo o dell'entrata, e deliberano annualmente le relative aliquote o tariffe.
Si tratta di attività che negli ultimi tempi sono divenute ancora più delicate perché – in aggiunta ai tanti pesanti condizionamenti - i Comuni sono chiamati a colmare, con proprie norme regolamentari, lacune legislative che altrimenti impedirebbero l'operatività stessa del prelievo.
L'ente deve effettuare scelte regolamentari compatibili con gli equilibri di bilancio e tese a garantire (oltre a ragionevolezza e non discriminazione) semplificazione, trasparenza, efficacia, efficienza, equità.

La disciplina
Il potere regolamentare del Comune trova nella Costituzione la propria fonte e nella norma del Tuel la propria disciplina generale, infine declinata – a fini tributari e di entrate - dall'articolo 52 del Dlgs n. 446/1997 (da leggersi ovviamente in senso costituzionalmente orientato, trattandosi di norma scritta ante modifica del titolo V della Costituzione).
All'ente è riconosciuto, ai sensi dell'articolo 52 del Dlgs n. 446/1997, un potere regolamentare generale in materia di entrate proprie, anche tributarie; lo stesso legislatore Iuc ne richiama espressamente l'applicabilità (comma 702 articolo1 legge n. 147/2013).
Il potere regolamentare deve essere esercitato dal Comune:
• per disciplinare "organizzazione e svolgimento" delle funzioni attribuitegli e per disciplinare tributi ed entrate proprie nel rispetto della Costituzione e dei principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario;
• nel rispetto dei principi di ragionevolezza e non discriminazione;
• su aspetti tributari diversi dall'individuazione e descrizione della base imponibile, soggetti passivi e aliquota massima;
• in funzione di semplificare gli adempimenti dei contribuenti.

I chiarimenti sui limiti dell'Ente
Da qui la necessità di fare chiarezza sui limiti, più o meno espliciti, che ne condizionano l'esercizio.
Normale che il potere regolamentare locale venga esercitato per integrare le previsioni normative di rango superiore (legge e provvedimenti equiparati) in tutti i casi in cui ciò sia espressamente previsto; semmai qui il dubbio potrebbe sorgere sul da farsi quando il Comune ometta di regolamentare la propria scelta su aspetti non meramente facoltativi. Necessaria (o quanto meno opportuna), in presenza di vuoto normativo, una norma regolamentare locale che assicuri operatività alla gestione del tributo.
Diversità di vedute, invece, sulla legittimità di una norma regolamentare locale che disapplichi una diversa previsione di legge non avente ad oggetto fattispecie imponibile, soggetto passivo o aliquota massima; al riguardo viene in particolare valorizzato - dove presente, ma anche dove mancante - l'inciso «in deroga all'art. 52, D.Lgs. n. 446/1997» (articolo 1, comma 688, legge n. 147/2013) per arrivare, a seconda dei casi, ad affermare o escludere una simile possibilità.
Diverso ovviamente il caso in cui sia la stessa legge a ipotizzare una scelta lasciando tuttavia ai Comuni la possibilità di fare scelte diverse (articolo 14, comma 35, Dl n. 201/2011 laddove prima la norma di legge fissa dei termini di versamento, ma poi precisa che i Comuni li possono variare); in tale ottica sembra trovare un senso compiuto anche la previsione dell'ultimo periodo del comma 1 dell'articolo 52, Dlgs n. 446/1997, laddove precisa che, per quanto non regolamentato, si applicano le disposizioni di legge vigenti.


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