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Tarsu 2013: vietati gli aumenti

di Stefano Baldoni (*) - Rubrica a cura di Anutel

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

I Comuni che anche nell'anno 2013 avevano confermato la Tarsu in luogo della Tares non potevano incrementare le tariffe del tributo, nè tantomeno applicare l'addizionale ex-Eca. Queste sono le due dirompenti conclusioni a cui è giunto il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 3781/2015.

Il regime di prelievo nel 2013
La pronuncia si inserisce nella caotica situazione normativa che si venne a creare nell'anno 2013, con l'entrata in vigore della Tares (articolo 14 del Dl 201/2011). Le profonde difficoltà che incontrarono i comuni nell'operare il passaggio al nuovo prelievo, basato nella versione "standard" sull'utilizzo del complesso metodo normalizzato disciplinato dal Dpr 158/1999, nonchè gli elevati incrementi tariffari conseguenti all'abbandono della Tarsu, spinsero il legislatore ad effettuare diversi interventi normativi volti ad ammorbidire il passaggio. Dapprima, con l'articolo 5, comma 1, del Dl 102/2013, venne consentito ai comuni di adottare una "Tares corretta", vale a dire parzialmente derogatoria dei criteri stabiliti dal metodo normallizzato. Successivamente, il medesimo art. 5 consentì il ricorso ad una forma di "Tares semplificata". I comuni, pur formalmente adottando la Tares, potevano calcolare i costi del servizio e le tariffe del tributo adottando il sistema del vecchio regime di prelievo, la Tarsu, la Tia1 o la Tia2, a seconda di quello utilizzato nel 2012. Infine, sempre nell'ambito della norma appena sopra richiamata, venne conferita ai comuni la facoltà di confermare tout cour anche per il 2013 il regime di prelievo vigente nel 2012 (Tarsu o Tia), di fatto rinviando l'applicazione della Tares.

Il caso affrontato dal Consiglio di Stato
Molti enti nel 2013 hanno fatto ricorso alla facoltà concessa dalla norma di non applicare la Tares (poi sostituita dal 2014 dalla Tari), confermando il prelievo vigente negli anni precedenti. Tuttavia, il Consiglio di Stato, evidenziando che il legislatore ha consentito ai «...comuni che si esprimessero tempestivamente in tal senso, il mantenimento del preesistente regime tributario, e cioè quello relativo alla TARSU, come disciplinato dal d.lgs. n. 507 del 1993 ma non ha in alcun modo autorizzato gli enti locali a non applicare la disciplina propria di tale tributo...», ha sottolineato che il medesimo legislatore non ha confermato per il 2013 la validità della deliberazione tariffaria adottata nel 2012, ma ha solo permesso la determinazione dei costi e delle tariffe con il previgente criterio. Determinazione, quindi, che non poteva prescindere dal rispetto delle prescrizioni dell'articolo 69 del Dlgs 507/1993, circa il contenuto minimo della motivazione della delibera tariffaria e il criterio per il calcolo delle tariffe. In altri termini, gli enti avrebbero dovuto provvedere a determinare la tariffe della Tarsu con le regole imposte dal Dlgs 507/1993, alla stregua di quanto avrebbero dovuto fare in ogni annualità precedente al 2013. Conclusione senza dubbio condivisibile.
Ma i giudici di Palazzo Spada si spingono oltre, ravvisando nella disciplina del Dl 102/2013 lo scopo di impedire qualsiasi tipo di aumento della Tarsu prorogata nel 2013. Ciò in quanto la norma dell'articolo 5 del Dl 102/2013 prevedeva la necessaria copertura dei costi eventualmente non finanziati dal gettito del tributo, ponendoli a carico della fiscalità generale mediante risorse diverse dai proventi della tassa. Quest'ultima conclusione appare per la verità non del tutto condivisibile, poichè il divieto di aumento delle tariffe non pare esplicitamente indicato dalla norma. Tuttavia la previsione del comma 4-quater dell'articolo 5 citato non modifica la disciplina dell'articolo 61 del Dlgs 507/1993, che fissa solo una percentuale minima e massima di copertura dei costi in regime di Tarsu. Piuttosto la stessa deve leggersi come necessaria per derogare la previsione contenuta nell'articolo 14, comma 11, del Dl 201/2011, che imponeva la copertura integrale dei costi tramite il prelievo, nonchè quella contenuta nel comma 3 del medesimo articolo 5 del Dl 102/2013, laddove si stabilisce, nell'ambito delle facoltà derogatorie alla Tares ordinaria concesse ai Comuni, che in ogni caso va assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio relativi al servizio.
Il Consiglio di Stato, inoltre, sancisce il divieto dell'applicazione dell'addizionale ex eca da parte dei comuni che hanno mantenuto nel 2013 la Tarsu, evidenziando l'avvenuta abrogazione del tributo a opera dell'articolo 14, comma 46, del Dl 201/2011. Anche se siffatta affermazione ha quantomeno il pregio di sgombrare il dubbio circa la vigenza dell'addizionale ex eca nei periodi precedenti alla sua abrogazione (da alcuni messa in discussione), la medesima non convince appieno, poichè la disciplina alternativa alla Tares introdotta dal comma 4-quater dell'art. 5 è esplicitamente derogatoria dell'articolo 14, comma 46 appena sopra citato. Vale a dire proprio della norma che abrogava invece dal 2013 la Tarsu e l'addizionale ex eca. Addizionale che, in virtù della previsione dell'articolo 1 del Rdl 2145/1937, era dovuta sui tributi comunali riscossi a mezzo ruolo (quale era ordinariamente la tarsu).

(*) Componente Giunta esecutiva e Osservatorio tecnico Anutel


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