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I ripiani pluriennali dei disavanzi si moltiplicano e mettono a rischio gli equilibri di bilancio

di Luciano Cimbolini

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

La crisi che ha investito l'Italia, anche nella componente della finanza territoriale e locale, ha prodotto una serie di norme, sparse nel nostro ordinamento finanziario, che direttamente o indirettamente hanno un unico fattor comune: diluire pesantemente nel tempo il costo del rientro dai disavanzi o del pagamento dei debiti pregressi. Questi due fenomeni, va precisato, sono per la maggior parte, due facce della stessa medaglia, il recto visto dal lato della competenza, il verso visto da quello della cassa.
Facciamo, in ordine sparso, un sintetico elenco di queste disposizioni.

L'evoluzione delle norme
Il Dm 2 aprile 2015 e successive integrazioni consente a Regioni ed enti locali di rientrare in 30 anni dal disavanzo derivante dall'accantonamento al fondo crediti dubbia esigibilità. Il Dl 174/2012 allunga a 10 anni i tempi di ripiano del disavanzo degli enti in predissesto. Il Dl 35/2013 ha previsto un'anticipazione di liquidità a rimborso trentennale per il pagamento dei debiti arretrati. Il Dl 78/2015, come uscito dal maxiemendamento, allunga a 4 anni i termini per il raggiungimento dell'equilibrio finanziario nei Comuni dissestati con più di 20.000 abitanti, porta a 7 anni il tempo per ripianare gli extradeficit regionali formatisi nel 2014 e consente l'utilizzo delle economie da rinegoziazione del debito per finanziare anche spesa corrente.

Criticità tecniche
Forse ci sfugge qualche passaggio di legge, ma il senso delle nostre politiche di risanamento appare sovente quello di «rimandare al futuro». E questo porta a fare delle riflessioni, alcune di tipo tecnico, altre più generali.
Sotto il primo profilo va ricordato come i piani di rientro «lunghi» presentino molte difficoltà tecniche di gestione, legate alle variabili economiche di lungo periodo, che rendono la valutazione ex ante delle loro efficacia e fattibilità assolutamente aleatori. In parole povere, chi ci può dire cosa succederà tra 20 anni e cosa sarà delle originarie previsioni, seppur aggiornate progressivamente? Inoltre la gestione tecnica dei diversi strumenti diventa ancor più complessa allorché questi s'intreccino a vicenda. Pensiamo al medesimo ente in predisessto che deve rientrare in 10 anni nel piano finanziario pluriennale ed in 30 riguardo al fondo crediti dubbia esigibilità. Ci sono poi incognite costituzionali. Con la sentenza 181/2015, la Consulta ha fatto salva l'anticipazione trentennale prevista dal Dl 35/2015, ma sembra aver lanciato un monito ben preciso al legislatore circa questi istituti «anomali», ammissibili solo in virtù del contesto di eccezionale crisi in cui vengono a operare.

Un giudizio sulla scelta strategica
Le considerazioni più ampie, invece, riguardano il senso dei ripiani a lungo termine.
Prevedere 30 anni per ripianare un disavanzo, che, notiamo bene, altro non è che spesa effettuata in assenza di copertura in entrata o per rimborsare un nuovo prestito contratto per pagare debiti pregressi, significa porre a carico delle future generazioni il costo di consumi di cui abbiamo beneficiato noi. Questo avviene in modo assoluto per la spesa corrente e in modo parziale (per la differenza negativa tra ammortamento tecnico e ammortamento finanziario) per gli investimenti.
É evidente che in questo momento di tensioni finanziarie acutissime, che si estendono dal globale a locale, si possono anche comprendere scelte emergenziali basate sul «primum vivere, deinde philosophari». Però bisogna rendersi conto se che il rinvio a data da destinarsi del risanamento diviene la regola sistematica per risolvere tutti i casi difficili, probabilmente stiamo quantomeno ipotecando il futuro, creando le premesse per pesanti squilibri intergenerazionali.


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