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Fondo crediti di dubbia esigibilità, sancito il «divorzio» tra equilibri di bilancio e di patto

di Daniela Ghiandoni e Elena Masini

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Con l'emanazione dei due decreti attuativi del patto di stabilità interno 2015, uno sugli obiettivi e uno sul monitoraggio, assume contorni più definiti il rapporto tra l'accantonamento al fondo crediti di dubbia esigibilità e il rispetto dei vincoli di finanza pubblica. La legge 190/2014, infatti, ha previsto l'inclusione del fondo tra le spese che concorrono alla determinazione del saldo utile, rendendo di fatto meno vantaggioso l'alleggerimento della manovra disposto per effetto dell'abbassamento delle percentuali di calcolo dell'obiettivo. La scelta è pienamente condivisibile in quanto il Fcde rappresenta una rettifica dell'entrata corrente, utile ai fini patto, e non una spesa autonoma. Ma è con l'intesa del 19 febbraio 2015, recepita dal decreto legge 78/2015, che i rapporti tra il Fondo ed il patto di stabilità si intrecciano a doppio filo sancendo, nei fatti, il divorzio tra equilibri di bilancio ed equilibri di patto, ora destinati a viaggiare su strade separate. Prima di assumere il ruolo di posta rilevante ai fini patto, infatti, il Fondo rappresenta una grandezza che riduce l'obiettivo assegnato a ciascun comune in funzione della spesa corrente e della capacità di riscossione (tabella 1 allegata al Dl 78/2015). Gli enti quindi hanno da un lato tutto il vantaggio ad accantonare al Fondo somme maggiori, grazie alle quali possono recuperare spazi finanziari per gli investimenti e garantire gli equilibri di cassa, facilitando anche il rispetto del patto. D'altro canto un Fondo più alto ha lo svantaggio di rendere più difficoltosa la quadratura del bilancio, in quanto gli enti dovranno ridurre le spese correnti o aumentare le entrate per raggiungere il punto di pareggio. Un bel rompicapo per gli amministratori ed i responsabili finanziari, che dovranno effettuare attente valutazioni.

Rischi e opportunità per gli enti
Non vi è dubbio come i rischi e le opportunità aperte dalla nuova disciplina del patto alla luce del Fondo cambino notevolmente a seconda di come l'ente abbia accertato le entrate in vigenza del vecchio ordinamento. Agli enti che, fino al 2014, hanno accertato le entrate di dubbia esigibilità per cassa (adeguando il proprio livello di spesa sul riscosso), si aprono oggi nuovi margini derivanti dall'accertamento di entrate prima non rilevate. Le amministrazioni sono chiamate a decidere se sfruttare questi "margini" per alimentare nuova spesa corrente (o compensare minori entrate) ovvero per facilitare il rispetto del patto e gli equilibri di cassa, accantonando tutto il differenziale a Fondo. Gli enti che, al contrario, fino allo scorso esercizio hanno accertato integralmente le entrate di dubbia esigibilità, alimentando in maniera corrispondente le spese, subiranno una doppia penalizzazione: da un lato dovranno ridurre la spesa corrente per dare copertura al Fondo, che, ovviamente, verrà tenuto ai minimi di legge e dall'altro non potranno utilizzare il risparmio sulla spesa corrente derivante dall'accantonamento al Fondo per rispettare il patto di stabilità. Per tali enti quindi sarà necessario una ulteriore manovra di bilancio per compensare gli effetti negativi sul patto.

Obiettivo "mobile" sino al termine dell'esercizio
Attenzione inoltre ai rischi che le variazioni al Fcde e alle correlate entrate durante la gestione comportano sugli equilibri di patto. L'importo del fondo da portare in detrazione dell'obiettivo, infatti, non è quello del bilancio di previsione, bensì quello che risulterà dalle previsioni definitive, modificate a seguito dell'andamento della gestione. Tanto che gli enti sono chiamati a comunicare alla Ragioneria dello Stato l'obiettivo di patto ogni qual volta nel bilancio viene modificato l'importo del Fondo. Le conseguenze non sono di poco conto perché ogni vicenda che determina un diverso andamento delle entrate, spesso legate anche a dinamiche organizzative interne, comporterà, gioco forza, non solo una modifica del Fondo ma anche una variazione dell'obiettivo. Questo renderà molto più fragili gli equilibri di patto e l'attività di monitoraggio dei servizi finanziari, con effetti ancora tutti da scoprire sia sui singoli bilanci che sull'obiettivo di comparto.
È ovvio infatti come una semplice diminuzione del Fcde senza variazione sul lato delle entrate (ipotizzabile solo qualora l'andamento delle riscossioni in corso d'anno migliori la % di accantonamento utilizzata in sede previsionale) porti sì ad un beneficio sul bilancio, ma è neutra ai fini patto perché gli spazi finanziari che si aprono vengono compensati da un corrispondente aumento dell'obiettivo. Se invece la riduzione del Fcde è accompagnata – come più spesso accade - anche da una contrazione delle correlate entrate, l'ente non potrà beneficiare ai fini patto della minore spesa derivante dal Fcde. Ipotizziamo, ad esempio, un saldo obiettivo lordo di 500, che ad inizio anno viene ridotto del fondo stanziato nel bilancio di previsione, pari a 100 (saldo obiettivo netto 400). Qualora l'ente, durante l'anno, si trovi costretto a ridurre entrate per 300 e il correlato Fcde per 50, le risorse da reperire per garantire il pareggio ammontano a 250, mentre ai fini patto l'ente dovrà comunque reperire spazi per 300, di cui 250 quale riduzione del saldo utile e 50 di aumento dell'obiettivo.

Quale Fcde riduce l'obiettivo di patto
Il Dm sugli obiettivi chiarisce come il Fcde che va portato in detrazione dell'obiettivo e che, parallelamente, entrerà a pieno titolo nelle spese, è quello che risulterà effettivamente accantonato nelle previsioni definitive di bilancio. È importante che gli enti non sperimentatori classifichino correttamente il capitolo del Fondo secondo il glossario delle missioni ed il piano dei conti integrato, in quanto l'unico importo detraibile sarà quello allocato nel bilancio armonizzato, alla missione 20, programma 2, titolo I e non quello desumibile dal bilancio ex Dpr 194/1996. Nessun limite, dunque, per gli enti che – per motivi che andranno analiticamente illustrati nella nota integrativa - vorranno stanziare a Fcde un importo maggiore di quello che si ottiene dall'applicazione dei principi contabili, senza avvalersi della riduzione al 36%-55% introdotta dalla legge n. 190/2014. Tanto che, per effetto della detrazione dell'ammontare del fondo rischi su crediti, il saldo obiettivo può assumere anche valore negativo (disavanzo), con un indubbio vantaggio per gli enti si trovano in questa situazione.
Quanto agli effetti sull'obiettivo di comparto, nessuno, ad oggi, è in grado di conoscere le ripercussioni del Fondo. Solo i dati consuntivi consentiranno di capire se le stime effettuate dalla RgS circa l'importo del Fcde su scala nazionale saranno corroborate dai fatti. Salvifica è quindi la "sospensione" della clausola di salvaguardia contenuta nell'art. 31 della legge 183/2011, che impedisce che gli obiettivi lordi indicati nel Dl 78/2015 vengano modificati in funzione dell'effettivo accantonamento a fondo desunto dai bilanci, come inizialmente previsto dalla legge di stabilità 2015. Una norma di assoluto favore per gli enti, che mette al riparo da ulteriori brutte sorprese, in un contesto di equilibri resi già fragili dai meccanismi sopra evidenziati.


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