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Dal pareggio di bilancio blocco per gli investimenti locali

di Ettore Jorio

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Dal prossimo anno per Regioni e Comuni sarà quasi impossibile fare investimenti salvo condizioni difficili da realizzare. Sono da condividersi le preoccupazioni di Piero Fassino in relazione agli obblighi posti ai Comuni dal 2016 in termini di vincoli di bilancio (si veda Il Quotidiano degli enti locali e della Pa del 26 giugno 2015). Le nuove regole poste dalla Costituzione, ma soprattutto gli adempimenti sanciti dalla legge rinforzata attuativa dell'articolo 81 della legge 243/2012, metteranno in seria difficoltà, dal successivo esercizio finanziario, il sistema autonomistico territoriale. Una legge approvata nel dicembre 2012 sulla scia del Fiscal Compact e senza il necessario approfondimento. Ciò perché unicamente preteso a livello comunitario e nell'imminenza dell'anticipato scioglimento delle Camere.
Comprensibili dunque le perplessità dell'Anci, ma con una dimenticanza che dimostra la non piena assimilazione del neo dettato costituzionale. Una sottovalutazione che interessa a tutt'oggi anche le Regioni, quasi come se fossero ignare dei loro molto prossimi doveri istituzionali. Fondamentali per garantire i loro investimenti e quelli degli enti locali, senza i quali sarebbe un disastro.
Tale trascuratezza si riferisce all'integrazione del comma 6 dell'articolo 119 Costituzione, riscritto nel 2001, dai più sottovalutata. Il comma introduce due importanti concetti in materia di indebitamento per investimenti del sistema infra-statale: 1) l'ente interessato deve, nella contemporaneità, predisporre un accorto piano di ammortamento del debito contratto di durata quantomeno pari al bene acquisito al patrimonio pubblico; 2) lo stesso deve, contestualmente, "provare" il rispetto dell'equilibrio di bilancio di tutti gli enti locali ricadenti nel medesimo territorio regionale. Una prescrizione, quella contenuta nell'articolo 10 della legge n. 243/2012, che ingenera più di un dubbio di incostituzionalità solo se la si relaziona all'esercizio dell'autonomia che la Carta medesima attribuisce (quasi) incondizionatamente al sistema autonomistico locale.

Le conseguenze
Tre le conseguenze pratiche, oltre alla défaillance della solita mancata adozione del Dpcm funzionale alla determinazione di criteri e modalità di attuazione (alla quale la Corte con la sentenza 88/2014 ha sottratto l'attribuzione di "tecnica" perché limitativa dell'autonomia) del ricorso all'indebitamento.
La prima riguarda il protagonismo istituzionale da doversi interpretare al riguardo, specie in termini di regia istituzionale, del quale le Regioni non sanno, chi più chi meno, neppure di cosa si tratti.
La seconda afferisce agli obblighi di Comuni e Città metropolitane (quando ci saranno) di comunicare annualmente il loro equilibrio della gestione di cassa finale, difficilmente conseguibile dai più.
La terza inerisce all'obbligatorio conseguimento del medesimo equilibrio da parte delle Regioni di riferimento, perseguibile in poche realtà territoriali e inimmaginabile in altre, specie in quelle con i conti non propriamente trasparenti.
Tre condizioni che sono tutte da venire e difficili da realizzare impedendo così ogni investimento produttivo dal quale dipende anche la crescita reale.
Un augurio. Che tutti i soggetti istituzionali agenti inizino da subito, ciascuno per le proprie competenze, a rimediare all'irreparabile, a cominciare con l'adozione del Dpcm, senza il quale tutto rimarrà nell'ombra.


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