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Basilicata, illegittime le esclusioni del Patto per gli investimenti finanziati con royalties

di Marco Rossi

La legge regionale non può escludere dal saldo finanziario rilevante ai fini del patto di stabilità interno i pagamenti in conto capitale eseguiti utilizzando i proventi derivanti dalle royalties petrolifere, neppure se tale esclusione è stata successivamente prevista da una legge nazionale. È quanto ha stabilito la Corte costituzionale, con la sentenza n. 130/2015, depositata ieri, che ha ritenuto non conforme alla carta fondamentale una legge della Regione Basilicata (Legge regionale 11 luglio 2014 n. 17 - Misure urgenti concernenti il patto di stabilità interno) che aveva autorizzato pagamenti in conto capitale, ai fini patto, in misura superiore a quelli compatibili con la disciplina statale per un importo corrispondente alle «risorse autonome di natura né tributaria né sanzionatoria» iscritte nel bilancio di previsione. Formula generica pensata però proprio per reimpiegare senza effetto negativo sul patto di stabilità interno le risorse rivenienti dai proventi da attività di estrazione di idrocarburi, comprese le «royalties».

Il successivo intervento normativo centrale
A nulla, poi, rileva la circostanza che tale possibilità sia stata successivamente sancita dalla legge statale (Legge 164/2014 approvata nel mese di novembre), dal momento che il giudice delle leggi ha più volte stabilito che la valutazione di costituzionalità deve essere condotta con «riferimento ai parametri vigenti al momento della sua emanazione» (si veda, tra le altre, sentenza n. 62/2012). E non vi è dubbio che la legge 183/2011, al momento dell'approvazione della legge regionale, non consentiva di non computare, nel saldo finanziario rilevante ai fini patto, le spese di investimento finanziate con il gettito derivante dai proventi delle royalties petrolifere. La competenza a definire le voci che concorrono (o che sono escluse) dall'aggregato finanziario da assumere per verificare il rispetto dei vincoli di finanza pubblica spetta, infatti, alla legge statale, dal momento che il patto di stabilità coinvolge Regioni ed enti locali nella realizzazione di obiettivi derivanti dall'appartenenza all'Unione europea e dai vincoli che ne scaturiscono. Si tratta, del resto, di norme che si riconducono strettamente alla fattispecie contenuta nell'articolo 117, comma 3, della Costituzione, che assegna la materia del coordinamento della finanza pubblica esclusivamente allo Stato, ossia all'ambito violato attraverso l'intervento legislativo regionale.

Le argomentazioni della Basilicata
A nulla sono valse le argomentazioni e giustificazioni sviluppate dalla Regione Basilicata, secondo cui la legge impugnata si sarebbe limitata a svincolare eccedenze finanziarie di natura aggiuntiva per destinarle a interventi di sviluppo del proprio territorio. Rappresentando così non «deroga» ma «attuazione» dei principi desumibili dal quadro di riferimento statale, in quando coerente con la tendenza statale orientata ad escludere progressivamente talune voci di spesa dai limiti del patto.
Né, secondo la Regione, si realizzerebbe la sottrazione di gettito dalle «casse» statali, in quanto proprio la stessa legislazione nazionale avrebbe attribuito una percentuale dell'aliquota del prodotto estratto direttamente alle regioni interessate. Infine, anche il «contrattacco» della regione, basato sulla presunta incostituzionalità della legge statale (articolo 32 della legge 183/2011) che definisce le regole di formazione del saldo finanziario, non ha avuto buon esito.
Tale norma, secondo la Consulta, non viola né l'articolo 3 della Costituzione, non determinando un'ingiustificata disparità di trattamento tra le Regioni, né l'articolo 117, dal momento la mancata deroga sulle spese di investimento non sarebbe in contrasto con il sistema normativo Ue in tema di finanza pubblica.


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