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Il vincolo ambientale non basta per il sequestro dell'abuso edilizio

di Patrizia Maciocchi

Escluso il sequestro preventivo di un immobile abusivo realizzato in zona con vincolo paesaggistico, se non si verifica, al pari di quanto avviene per gli illeciti urbanisti tout court, il nesso tra uso e alterazione dell'ecosistema.
Per la Suprema corte (con la sentenza n. 28388/16) non è infatti, giustificabile una disparità di trattamento tra manufatti abusivi, basata solo sull'esistenza o meno di un vincolo ambientale paesaggistico. I giudici ricordano che, per giurisprudenza consolidata, il sequestro preventivo dei manufatti abusivi ultimati, è consentito solo quando il giudice verifica che esiste un pericolo attuale e concreto che la libera disponibilità della cosa possa produrre conseguenze del reato ulteriori.

Le condizioni per il sequestro
Il sequestro preventivo delle opere abusive già ultimate, può scattare dopo la consumazione del reato, quando pur essendo venuta meno la permanenza, le conseguenze lesive della condotta possono continuare nel tempo.
Una possibilità che è però sottoposta ad alcune condizioni: la misura preventiva deve essere "vicina" nel tempo rispetto alla realizzazione dell'opera e dunque va verificato il requisito dell'attualità e della concretezza. Per il via libera al sequestro serve poi una puntuale motivazione sulla sussistenza delle conseguenze antigiuridiche ulteriori rispetto alla fine dei lavori, che possono derivare dall'uso del fabbricato.
I giudici precisano che la stessa regola va applicata, a differenza di quanto affermato in numerose sentenze, anche riguardo ai reati paesaggistici. La sola esistenza di una struttura abusiva ultimata non basta a dimostrare concretezza e attualità del pericolo, in mancanza di altri tasselli utili a dimostrare che con la disponibilità si può effettivamente ledere l'ambiente e il paesaggio.

La reale lesione del bene
Per la Cassazione non si comprende perché nel caso di illeciti urbanistici, una volta ultimate le opere, la valutazione dell'attualità delle esigenze vada ancorata ad una concreta lesione del bene giuridico, mentre nel caso di opera realizzata in zona vincolata basterebbe la sola constatazione del contesto sul quale si trova il fabbricato.
Se il parametro è quello della reale lesione del bene in rapporto alla avvenuta consumazione della condotta illecita, non è giustificabile che il giudice, considerando solo la natura ambientale paesaggistica, possa raggiungere una soluzione diversa rispetto a quella, sostanzialmente incontrastata, adottata dalla giurisprudenza di legittimità, rispetto ai reati edilizi. Salva restando la necessità «di verificare in maniera più penetrante la compatibilità dell'uso dell'opera rispetto agli interessi tutelati dal vincolo proprio in ragione del peculiare bene giuridico tutelato». La Suprema corte sgombra dunque il campo dalla possibilità di mettere in atto, come accaduto in molte altre pronunce, un automatismo tra uso del bene e alterazione dell'ecosistema: il giudice deve motivare in modo specifico l'esistenza di esigenza cautelari. La Cassazione annulla con rinvio perché il Tribunale aveva affermato l'esistenza di conseguenze giuridiche ulteriori rispetto alla realizzazione del fabbricato legandole solo alla tutela dell'interesse paesaggistico. In tutto questo il ricorrente aveva anche ottenuto, in sede di appello, un provvedimento della Regione di conformità urbanistica.


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