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Il nodo delle stazioni appaltanti: qualifica o aggregazione

di Giorgio Santilli

Uno dei nodi aperti della riforma appalti è quello delle aggregazioni e delle centralizzazioni delle committenze, posto con forza dalle direttive Ue e dalle politiche di spending review, mentre la legge delega individua anche nella qualificazione e nella professionalizzazione delle stazioni appaltanti gli strumenti per rendere efficiente il sistema. Un tema che non è privo di contraddizioni e avrà un impatto sugli enti locali che non di rado vivono questi processi di riforma "in difesa" rispetto alle competenze attuali. Diverse strade sono ancora aperte. «Il recepimento delle direttive Ue – dice Claudio Lucidi, componente della "commissione Manzione" in rappresentanza dell'Anci, intervistato dalQuotidiano Edilizia e Territorio- può rappresentare un'occasione importante per rilanciare il ruolo e le funzioni dei comuni e contemporaneamente contribuire a un riordino delle modalità di approvvigionamento, razionalizzando procedure di spesa attraverso l'applicazione di criteri di qualità ed efficienza».
Ma qual è la strada giusta per dare efficienza al settore? «Per raggiungere questi obiettivi - dice Lucidi - la legge delega indica vari percorsi: a) professionalizzazione e qualificazione delle stazioni appaltanti; b) centralizzazione delle committenze e riduzione del numero delle stazioni appaltanti; c) creazione di reti di committenza per intensificare il ricorso ad affidamenti di tipo telematico. La previsione di un sistema di qualificazione potrebbe consentire ai comuni che intendono "investire" in questo settore, di svolgere specifiche funzioni non solo per sé stessi ma anche per altre amministrazioni locali e stazioni appaltanti».
La direttiva Ue esprime un favor per i processi di aggregazione della domanda o di centralizzazione delle procedure, ma - dice Lucidi «segnala il rischio di eccessiva concentrazione del potere di acquisto e collusioni, nonché di preservare la trasparenza e la concorrenza e la possibilità di accesso al mercato per le Pmi». L'auspicio è che il nuovo codice individui strumenti per coniugare le diverse esigenze, risolvendo «la problematicità individuabile nel binomio aggregazione/centralizzazione».
Come? Vale l'esempio dei comuni non capoluogo di provincia per cui si introduce l'obbligo di aggregazione o centralizzazione a livello di unioni dei comuni. «I comuni non capoluogo - dice Lucidi - possono propendere per una delle due modalità, con coinvolgimento e responsabilità diverse secondo a quale modello si intende fare riferimento. Ovviamente nel sistema di reti di committenza occorre considerare l'obbligo di rivolgersi per determinati acquisiti di beni e servizi (in parte per lavori) alla Consip e ai soggetti aggregatori di livello regionale e a livello di città metropolitane».


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