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Esproprio per la valorizzazione del bene culturale, serve l'autorizzazione del ministero

di Giovanni La Banca

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Il Codice dei Beni Culturali prevede tre fattispecie di espropriazione, tutte volte ad assicurare l’interesse pubblico alla salvaguardia del patrimonio culturale, interesse idoneo a legittimare il sacrificio della proprietà privata.

L’espropriazione di beni culturali, mobili ed immobili
L’articolo 95 consente l’ablazione della proprietà quando l’espropriazione risponda ad un importante interesse a migliorare le condizioni di tutela ai fini della fruizione pubblica dei beni medesimi.
Le specificità di tale fattispecie riguarda, innanzitutto, l’oggetto dell’esproprio, trattandosi di bene già qualificato come culturale, ma che può anche essere un bene mobile.
Scopo primario dell’espropriazione è, in via preliminare, l’acquisizione del bene, per la sua migliore fruizione e non la realizzazione di un’opera con effetto di trasformazione del territorio.
Il Ministero ha la facoltà di autorizzare gli enti locali, su loro richiesta, ad effettuare l’espropriazione, ferma la dichiarazione di pubblica utilità da parte del Ministero stesso.
E’ a tali specificità che si correla la specialità del relativo procedimento di espropriazione rispetto a quello disciplinato in via generale dal Dpr n. 327/2001, relativo alla espropriazione di immobili, o diritti relativi, per l’esecuzione di opere pubbliche o di pubblica utilità.
Tale differenza è confermata dall’articolo 100 del Codice, che riferisce l’applicazione delle disposizioni generali in materia di espropriazione per pubblica utilità, se compatibili, solo ai casi di espropriazione disciplinati dagli articoli 96 e 97, non citando l’articolo 95.

L’incompetenza dell’Amministrazione Comunale
L’amministrazione comunale non può disporre l’espropriazione di un bene culturale, in special modo in ipotesi di immobili aventi carattere storico–archeologico, soprattutto se dichiarati di interesse pubblico particolarmente importante e sottoposto a vincolo.
Così afferma il Tar Campania, Sezione V, con la sentenza n. 5966 del 29 dicembre 2015.
In particolare, nella fattispecie in esame, viene in rilievo il difetto dell’autorizzazione richiesta dall’articolo 95, comma 2, del Codice dei beni culturali e del paesaggio, introdotto con Dlgs n. 42/2004, che stabilisce, nell’ipotesi in cui l’iniziativa sia presa dagli enti territoriali, che il Ministero può autorizzare, a richiesta, le regioni, gli altri enti pubblici territoriali nonché ogni altro ente ed istituto pubblico ad effettuare l’espropriazione.
Di talché, è necessario dichiarare la pubblica utilità ai fini dell’esproprio e rimettere gli atti all’ente interessato per la prosecuzione del procedimento.
Solo con il successivo intervento del decreto del Ministero per i Beni e le Attività culturali di declaratoria di pubblica utilità dell’espropriazione a favore dell’ente comunale dell’immobile, l’amministrazione comunale interessata può avviare l’iter espropriativo.
Iter che, in ogni caso, deve caratterizzarsi per il pieno rispetto delle garanzie partecipative di cui alla Legge n. 241/1990 e, in particolare, della comunicazione di avvio del procedimento di cui all’articolo 7 della stessa.
Il procedimento, pertanto, deve essere avviato, da parte dell’Organismo ministeriale, attraverso la comunicazione agli interessati dell’avvio del procedimento relativo alla dichiarazione di pubblica utilità dell’esproprio del predetto immobile, rigettando le osservazioni dei proprietari.
Con decreto del Ministero, quindi, viene dichiarata la pubblica utilità dell’espropriazione del cespite a favore del Comune,  al fine di assicurarne la valorizzazione, tutela e fruizione pubblica.

L’inapplicabilità della disciplina ordinaria
La disciplina ordinaria dell’espropriazione non può applicarsi al di fuori dei casi in cui scopo primario dell'espropriazione è anzitutto l'acquisizione del bene, per la sua migliore fruizione, e non la realizzazione di un'opera con effetto di trasformazione del territorio.
Nelle ipotesi esaminate sinora, infatti, sussistono tutti gli elementi per la diretta applicazione del citato articolo 95 e ciò avviene, in particolare, qualora l’oggetto dell'esproprio è un bene già qualificato come bene culturale, sulla scorta del sopra evocato Dm 28 gennaio 1988, che gravava sulle particelle di proprietà degli attuali appellati.
La funzione dell'espropriazione, in questo caso, è da ritenersi pertanto espressamente rispettata, essendo stata funzionalizzata l'acquisizione del bene ad una migliore fruizione pubblica, tramite un progetto di riqualificazione.
Il Ministero, inoltre, può far uso della facoltà di autorizzare gli enti locali, su loro richiesta, ad effettuare l'espropriazione, conservandosi le attribuzioni in tema di dichiarazione di pubblica utilità.
A seguito di ciò, il Comune può emettere il decreto di esproprio.
Non sussiste alcuna discrepanza tra l’oggetto del decreto di esproprio e quello del Ministero.
L’esproprio di un’area contigua al bene immobile oggetto di tutela può essere necessario per garantire la fruizione dell’immobile stesso da parte della cittadinanza, in special modo se rientra nel progetto di riqualificazione dell’intera area.
Ciò, tuttavia, unitamente all’eventuale volontà di estendere la dichiarazione di pubblica utilità anche a superfici ulteriori, deve avvenire nel pieno rispetto delle garanzie partecipative, in particolar modo attraverso l’istituto della comunicazione di avvio del procedimento.
Il fine di tale disciplina è, dunque, quello di assicurare la miglior tutela e fruibilità pubblica del bene già conosciuto e dichiarato di interesse culturale, cioè vincolato; in questo caso la dichiarazione di pubblica utilità ministeriale coincide con la manifestazione di volontà di assicurare migliori condizioni di tutela e fruibilità del bene vincolato mediante l’acquisto al demanio pubblico.


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