Home  › Edilizia e appalti

Legittima l'ordinanza di demolizione di un container utilizzato a lungo termine

di Giovanni G.A. Dato

Q
E
L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Secondo la sentenza del Consiglio di Stato, sezione VI, 4 settembre 2015, n. 4116la precarietà di un’opera - che esonera dall’obbligo del permesso di costruire in base all’articolo 3, comma 1, lettera e.5), del Dpr 6 giugno 2001 n. 380 (testo unico edilizia) - postula un uso specifico e temporalmente delimitato del bene e di conseguenza un’alterazione del territorio solo temporanea, precaria o irrilevante.

Il fatto
Una società che gestisce in concessione un impianto sportivo su area di proprietà comunale, con l’impegno di effettuare lavori di ripristino funzionale dell’impianto, avversava il provvedimento comunale con cui veniva ordinata la rimozione di alcuni container inizialmente collocati sull’area al servizio delle opere di cantierizzazione finalizzate al ripristino funzionale dell’impianto sportivo e, successivamente, destinati ad uso spogliatoio per gli atleti (per i quali, parecchi anni prima, era stato assentito “l’utilizzo temporaneo”).
Oggetto del contrasto era, in particolare, la questione se l’installazione e il mantenimento dei containers potevano essere ricondotti alla previsione di cui all’articolo 6, comma 2, lett. b), del c.d. Testo unico edilizia (secondo cui rientrano nell’ambito della c.d. attività edilizia libera «le opere dirette a soddisfare obiettive esigenze contingenti e temporanee e ad essere immediatamente rimosse al cessare della necessità e, comunque, entro un termine non superiore a novanta giorni»), ovvero alla disciplina di cui all’articolo 3, comma 1, lett. e.5), del medesimo Testo unico edilizia, secondo cui costituisce intervento di nuova costruzione <<l’installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee e salvo che siano installati, con temporaneo ancoraggio al suolo, all’interno di strutture ricettive all’aperto, in conformità alla normativa regionale di settore, per la sosta ed il soggiorno di turisti>> (disposizione su cui è intervenuta la Corte costituzionale, con sentenza 24 luglio 2015, n. 189, che ha dichiarato la parziale illegittimità della disposizione, comunque non rilevante ai fini della questione in esame).

Le argomentazioni
Secondo la decisione in commento, la fattispecie in esame deve essere inquadrata nell’ambito applicativo dell’articolo 3, comma 1, lett. e.5) del Testo unico edilizia essendo evidente che i manufatti in questione non erano destinati a soddisfare <<esigenze meramente temporanee>> atteso il continuo utilizzo e la circostanza per cui tale utilizzo risultava destinato a perdurare fino a quando (con tempistica priva di ogni certezza) non fosse stato possibile completare le opere di ripristino funzionale del complesso.
La sentenza richiama l’orientamento secondo cui i manufatti non precari, ma funzionali a soddisfare esigenze stabili nel tempo vanno considerati come idonei ad alterare lo stato dei luoghi, a nulla rilevando la precarietà strutturale del manufatto, la potenziale rimovibilità della struttura e l’assenza di opere murarie.
Costituisce ius receptum, invero, che al fine di verificare se una determinata opera ha carattere precario, che è condizione per l’accertamento della non necessarietà del rilascio del titolo abilitativo edilizio, occorre verificare la destinazione funzionale e l’interesse finale al cui soddisfacimento essa è destinata; pertanto, solo le opere agevolmente rimuovibili, funzionali a soddisfare una esigenza oggettivamente temporanea, destinata a cessare dopo il tempo, normalmente non lungo, entro cui si realizza l’interesse finale, possono dirsi di carattere precario.

Conclusioni
Infatti, la precarietà o non di un’opera edilizia va valutata con riferimento non alle modalità costruttive, bensì alla funzione cui essa è destinata, con la conseguenza che non sono manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati ad una utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l’alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante, ed è legittima l’ordinanza di demolizione di opere che, pur difettando del requisito dell’immobilizzazione rispetto al suolo (c.d. case mobili), consistano in una struttura destinata a dare un’utilità prolungata nel tempo, dovendo in tal caso escludersi la precarietà del manufatto, posto che lo stesso non dipende dai materiali utilizzati o dal suo sistema di ancoraggio al suolo, bensì dall’uso al quale il manufatto è destinato.


© RIPRODUZIONE RISERVATA