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Il pericolo d'infiltrazione consente l'adozione delle misure antimafia

di Ilenia Filippetti

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Per l'adozione di un'informativa antimafia è sufficiente l'esistenza di un quadro indiziario – non rigidamente probatorio – che dimostri l'esistenza dei tentativi d'infiltrazione mafiosa. È quanto affermato dal Tar Toscana con la sentenza 13 luglio 2015, n. 1091 sulla scorta di un'ampia e consolidata giurisprudenza amministrativa.

Il caso
La pronuncia trae origine dal ricorso presentato da un'impresa appaltatrice per l'annullamento di un'informazione antimafia adottata dalla Prefettura di Grosseto ai sensi dell'articolo 91 del Codice antimafia di cui al Dlgs 159/2011.
L'informativa si basava, in particolare, su una serie di risultanze investigative che evidenziavano l'esistenza di “un complessivo quadro di permeabilità” dell'impresa: dalle indagini era emerso, infatti, il “pericolo di infiltrazione mafiosa in un ambito particolarmente sensibile come quello dello smaltimento dei rifiuti”, e ciò sulla base di elementi che, valutati nel loro complesso, avevano condotto il Prefetto all'adozione del provvedimento interdittivo.

Il quadro normativo
L'articolo 84 comma 4 del Dlgs 159/2011 dispone che i tentativi di infiltrazione mafiosa che possono portare all'adozione dell'informazione antimafia interdittiva possono essere desunti da una molteplicità di elementi, tra i quali vanno ricordati:
- i provvedimenti che dispongono una misura cautelare o che dispongono il giudizio, ovvero che recano una condanna - anche non definitiva - per i delitti previsti all'articolo 51, comma 3-bis del Codice di procedura penale;
- gli accertamenti investigativi disposti dal prefetto, realizzati anche avvalendosi dei poteri di accesso e di accertamento.
A sua volta, l'articolo 91 del Codice antimafia prevede che le stazioni appaltanti devono acquisire l'informazione antimafia:
- prima di stipulare contratti per la realizzazione di appalti pubblici il cui valore sia pari o superiore alla soglia di rilievo comunitario;
- prima autorizzare subcontratti il cui valore sia superiore a 150.000 euro.
Il prefetto può estendere gli accertamenti a tutti i soggetti che possano determinare, in qualsiasi modo, le scelte o gli indirizzi dell'impresa, e può altresì desumere il tentativo di infiltrazione mafiosa da elementi concreti dai quali risulti che l'attività d'impresa possa agevolare, anche in maniera indiretta, le attività criminose o esserne in qualche modo condizionata.

Il “pericolo” dell'infiltrazione mafiosa
Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa, l'informativa antimafia costituisce una tipica misura cautelare di polizia, preventiva e interdittiva, che prescinde dall'accertamento, in sede penale, di reati connessi all'associazione di tipo mafioso: in questo senso non è, pertanto, necessaria né la prova di fatti di reato, né la prova dell'effettiva infiltrazione mafiosa nell'impresa, né, ancora, la prova di un reale condizionamento delle scelte dell'impresa da parte di associazioni o soggetti mafiosi (Cons. Stato, n. 4693/2014).
È invece sufficiente la sussistenza di un quadro indiziario che dimostri l'emergere di un tentativo di infiltrazione volto a condizionare le scelte dell'impresa, e ciò anche se tale scopo non si sia poi concretamente realizzato (cfr. Cons. Stato, n. 2796/2005, Cons. Stato, n. 6187/2003).
Tale precisa volontà del legislatore, del resto, risulta del tutto coerente con le caratteristiche concrete del fenomeno mafioso, che spesso si ferma alla soglia dell'intimidazione, dell'influenza e del condizionamento latente di attività economiche formalmente lecite: l'ampia formulazione, più sociologica che giuridica, del tentativo di infiltrazione mafiosa attribuisce così ai prefetti un ampio margine di accertamento e di apprezzamento (Cons. Stato, n. 4693/2014).

La valutazione del quadro indiziario complessivo
Il prefetto può legittimamente formulare la propria valutazione sulla base di un quadro indiziario, nel quale assumono rilievo gli elementi che possono fare presumere un condizionamento dei comportamenti e delle scelte dell'imprenditore e che possono rappresentare un veicolo di infiltrazione delle organizzazioni criminali nelle attività della Pubblica amministrazione: in particolare, il prefetto potrebbe ravvisare l'emergere di tentativi di infiltrazione mafiosa in fatti che, di per sé, potrebbero essere privi di un grado di certezza assoluta (quali, per esempio, il coinvolgimento in un'indagine penale, una condanna non irrevocabile, collegamenti parentali, cointeressenze societarie e/o frequentazioni con soggetti malavitosi, dichiarazioni di pentiti) ma che, valutati nel loro complesso, possono fondare un ragionevole giudizio sulla possibilità che l'impresa potrebbe - anche in maniera indiretta - agevolare le attività criminali o esserne in qualche modo condizionata per la potenziale ingerenza di soggetti legati a organizzazioni mafiose (cfr. Cons. Stato, n. 2058/2012, Cons. Stato, n. 4737/2006, Cons. Stato, n. 5247/2005, C.G.A. n. 1129/2009).
Le misure antimafia non mirano, dunque, all'accertamento di responsabilità, ma sono volte alla massima anticipazione dell'attività di prevenzione, attività per la quale possono essere rilevanti anche fatti e vicende sintomatici e indiziari: l'informativa prefettizia mira ad anticipare la soglia della difesa sociale, al fine di consentire una tutela effettiva e un reale contrasto della criminalità organizzata, e le misure antimafia prescindono da un rigido livello di rilevanza probatoria - tipica del diritto penale e del diritto processuale - e mirano a verificare, complessivamente, l'affidabilità dell'impresa aggiudicataria dell'appalto (cfr. Cons. Stato, n. 2058/2012 e n. 2867/2006 cit.).

La decisione del Tar Toscana
In questo contesto, con la pronuncia in rassegna il Tar ha confermato il provvedimento interdittivo adottato dalla Prefettura di Grosseto, poiché tra i vari elementi presi in considerazione dal Prefetto ai fini dell'emissione della misura antimafia erano emersi:
- un rinvio a giudizio per un procedimento penale in cui il socio di maggioranza della società ricorrente era imputato per il reato di cui all'articolo 260 del Dlgs 152/2006: il Tribunale nota, a tale proposito, che il predetto reato rientra tra quelli di cui all'articolo 51, comma 3-bis del Codice di procedura penale e che, pertanto, esso si configura come rilevante alla luce di quanto previsto dall'articolo 84, comma 4, lettera a) del Dlgs 159/2011;
-la frequentazione - accertata dalle forze di polizia - da parte del predetto socio di maggioranza con un soggetto riconosciuto come “capo indiscusso” di una cosca di origine calabrese.
Più in generale, secondo il Giudice Amministrativo dalle indagini era effettivamente emersa un'ampia serie di elementi che apparivano, nel loro insieme, sufficienti a dimostrare l'esistenza di un quadro indiziario tale da rendere non irragionevole, né immotivata la valutazione di contiguità alla criminalità organizzata dell'impresa aggiudicataria e la sua permeabilità rispetto alle possibili infiltrazioni mafiose.


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