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Spesa pubblica locale: contro gli sprechi efficienza, equità e sviluppo

di Guido Castelli (*)

Secondo quanto riportato dallo studio di Confcommercio, pubblicato mercoledì 22 luglio, dal titolo «Spesa pubblica (locale) e fiscalità: spazi di manovra», ammonterebbe a circa 23 miliardi l'eccesso di «spesa pubblica locale», ovvero la quantità di sprechi che si anniderebbe nelle maglie dei costi che gli enti locali sostengono per erogare i servizi essenziali ai cittadini.

I dati di Confcommercio
Per ammissione della stessa Confcommercio, si tratta di dati aggregati e non analitici che scontano «necessariamente […] un elevato grado di approssimazione».
Sotto il profilo metodologico si deve rilevare che l'utilizzo di dati aggregati arretrati nel tempo (il riferimento è il 2012) e di ipotesi molto grossolane (la spesa aggregata di Comuni, Province e Regioni viene rapportata a quella della Lombardia che mostra il valore procapite più basso) non consente di cogliere quelle specificità che, sia sotto il profilo istituzionale – pensiamo alla diversità delle funzioni svolte dalle varie istituzioni locali, sia sotto il profilo socio-economico – pensiamo alle differenti capacità fiscali e reddituali – caratterizzano un Paese estremamente differenziato come il nostro, con deficit strutturali e vantaggi competitivi che sono il frutto di una complessa sedimentazione storica.
Stupisce inoltre la quantificazione, che appare del tutto arbitraria, del fabbisogno finanziario che sarebbe necessario per colmare il deficit infrastrutturale dei territori e per allineare le performances di quelli meno virtuosi con la Regione benchmark. Tra i possibili risparmi vengono considerate riduzioni di spesa delle Regioni a statuto speciale del Nord, che hanno caratteristiche di autonomia molto particolari e livelli di spesa procapite molto elevati. Su questi temi, da sempre oggetto di accesi dibattiti tra gli esperti del settore, non si è ancora peraltro giunti a conclusioni univoche e definitive. Mentre è certo l'affievolimento di politiche incisive di riequilibrio sia sotto il profilo territoriale che nei confronti dei Comuni (dal 2015 il Fondo di riequilibrio finanziato con l'Imu comunale contribuisce direttamente al bilancio dello Stato per oltre 600 milioni di euro).

Il ruolo dei Comuni
Ciò premesso e pur condividendo l'esigenza di efficientare la spesa pubblica, locale e centrale, mediante l'applicazione dei costi e dei fabbisogni standard, anche al fine di stimolare la crescita con la riduzione della pressione fiscale, è comunque necessario ristabilire alcuni punti fermi ispirata a criteri di evidenza quantitativa quale precondizione essenziale per qualsiasi analisi che abbia l'ambizione di orientare i decisori nell'attuazione di efficaci politiche di sviluppo.
Da tempo l'Anci denuncia la sproporzione e l'iniquità delle manovre che sono state imposte ai Comuni e ormai certificate anche dall'Istat, dalla Banca d'Italia e di recente dalla Corte dei conti. Al comparto dei Comuni è stato chiesto un contributo molto maggiore rispetto al peso che effettivamente ha sul complesso delle Amministrazioni pubbliche sia in termini di spesa (7,4% del totale) che di indebitamento. Il comparto si è fatto quindi carico di oneri che avrebbero dovuto essere imputati ad altri comparti dell'Amministrazione pubblica. Malgrado ciò, i Comuni hanno fatto la propria parte e contribuito responsabilmente al risanamento dei conti pubblici.

I dati Ifel
Dall'analisi dei dati finanziari pubblicati in occasione della Conferenza Ifel sulla finanza locale, è emerso infatti come, anche in un generale contesto di criticità finanziaria – 12,3 miliardi di tagli nel periodo 2011-2015, il 19,7% della spesa corrente primaria del comparto nell'anno 2010 – i Comuni siano riusciti a ridurre la spesa primaria in misura più incisiva della Pa nel suo complesso. A valori costanti (2010), infatti, la spesa totale dei Comuni, al netto degli interessi, scende di 15 punti, mentre la spesa della Pa di soli 5 punti. Nel biennio 2013-2014, la spesa corrente primaria dei Comuni si riduce ulteriormente, mentre quella della Pa rimane costante.
Se, per un verso, ciò ha prodotto una forte riduzione della spesa per investimenti, calata di oltre il 23%, per un altro ha obbligato i Comuni a operare anche interventi di efficientamento della spesa corrente, ovvero quella con cui tradizionalmente vengono erogati i servizi essenziali.

Il personale
La voce che più di altre ha visto un robusto intervento di ristrutturazione è stata proprio la spesa per il personale, troppo spesso sotto accusa quale principale veicolo di sperchi e di inefficienze. Sempre le elaborazioni effettuate dall'Ifel, questa volta su dati del ministero dell'Economia e delle Finanze e pubblicate proprio ieri su questo quotidiano, ci aiutano a ristabilire alcune verità ed a sfatare falsi miti.
L'analisi dell'Ifel certifica infatti come «proprio nei Comuni, rispetto a Province, Regioni e Ministeri, si registra il costo medio più basso per unità di personale. Se infatti un dipendente comunale costa in meda all'amministrazione poco più di 37mila euro, lo stesso dipendente se assunto in Provincia ne costa 41mila, 54mila se è dipendente regionale e circa 44 mila se lavora in un ministero. Non solo. I dati aggregati elaborati da Ifel mettono in evidenza il fatto che solo nei Comuni, negli anni tra il 2011 e il 2013, il costo medio del personale si è ridotto in modo costante. Se il dato di partenza del 2011 faceva infatti segnare la cifra di circa 40mila euro, nel 2012 si scendeva a 38mila per attastarsi infine nel 2013, con un ulteriore decremento, a 37mila».
Che poi il personale comunale sia stato ridotto di 53 mila unità (l'11,1%), costituisce un'ulteriore testimonianza non solo della grande capacità di risposta da parte delle amministrazioni comunali, ma della consapevolezza che la razionalizzazione e l'efficientamento della spesa pubblica rappresentano un preciso dovere istituzionale da parte di chi, come i Sindaci, è chiamato a fornire quotidianamente risposte ai cittadini. Tali risparmi sono stati infatti utilizzati per sostenere alcuni settori cruciali come il welfare locale consentendo di mantenere dei livelli di assistenza adeguati a fare fronte alla crescente domanda proveniente dalle fasce più deboli della popolazione particolarmente colpite dalla crisi economica.

I fabbisogni standard
Un approfondimento più ampio meriterebbe il tema dei fabbisogni standard. L'erraticità degli esiti redistributivi registrata dalla recente applicazione sul Fondo di solidarietà comunale 2015, segnala l'urgenza di procedere ad un'ulteriore verifica e perfezionamento della metodologia di definizione dei fabbisogni, che ne ancori l'applicazione a criteri di equità ed effettiva sostenibilità finanziaria.
Sui fabbisogni standard incombe poi un corto circuito informativo, se non un vero e proprio equivoco "culturale", che è difficile scalfire. Il fabbisogno standard non è, in sé, un indicatore di efficienza dell'azione amministrativa, ma indica il livello di spesa ordinario che deve essere garantito tenendo conto di tutti gli elementi che concorrono ad alimentare la domanda di un insieme di servizi e dei fattori che condizionano i costi dell'ente che lo eroga.

La pressione fiscale
Infine, sul tema della tassazione, va ulteriormente sottolineato che l'aumento della pressione fiscale locale, periodicamente sotto accusa, è in larga parte dovuto a scelte statali: trasferimenti sostituiti con maggior prelievo locale, tagli che determinano un utilizzo improprio della leva fiscale comunale. La situazione di degrado dell'autonomia finanziaria comunale è ormai evidente e la stessa Corte dei conti in più di una relazione ha sottolineato la perdita di ruolo dei Comuni per effetto di manovre finanziarie sproporzionate e di un sistema tributario condizionato da scelte statali.
Politiche di effettiva riduzione della pressione fiscale e di più razionale applicazione dei fabbisogni standard sono benvenute, ma ai Comuni devono essere assicurate le condizioni di sostenibilità finanziaria per lo svolgimento delle funzioni loro assegnate, garantite costituzionalmente. Anche perché i Comuni la spending review l'hanno già fatta e far conto su ulteriori tagli sarebbe controproducente sotto il profilo economico e irresponsabile dal punto di vista istituzionale.

(*) Delegato Finanza locale Anci, sindaco di Ascoli


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