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Centrali uniche di committenza, le proposte dei Comuni

di Guglielmina Olivieri Pennesi e Claudio Lucidi

La riforma sulle centrali uniche di committenza che vede coinvolti i Comuni, è oggetto di dibattito istituzionale da diverso tempo. Le esperienze dimostrano che i Comuni si stanno approcciando al processo di radicale riforma, con impegno e creatività. È in atto anche il recepimento delle direttive con il nuovo codice degli appalti. In questo senso, sarebbe importante che il nuovo Codice contemperasse le disposizioni in vigore sulle centralizzazioni.

Le proposte dell'Anci
Al riguardo l'Anci ha chiesto, in più occasioni, con proposte emendative a provvedimenti legislativi, il ripristino del limite di 40mila euro per i Comuni non capoluogo di provincia sotto i 10mila abitanti, per l'acquisizione diretta di lavori, servizi e forniture, attualmente inibito dal quadro normativo vigente (articolo 23-ter del Dl 90/2014 di conversione in legge 114/2014).
La richiesta è stata avanzata dall'Anci per consentire ai Comuni non capoluogo di provincia, fino a 10mila abitanti, di poter garantire l'erogazione di servizi che rientrano nelle funzioni che quotidianamente i Comuni devono assicurare in favore delle proprie collettività amministrate. Infatti, il quadro organizzativo ridisegnato dal legislatore pone problemi inediti che i Comuni devono affrontare e risolvere in un contesto di continuità con lo svolgimento delle funzioni proprie, costituzionalmente poste in capo ai Comuni.
La centralizzazione «forzata» non garantisce automaticamente un beneficio complessivo per la collettività in termini di risparmio di spese e di efficienza negli acquisti. Affinché ciò sia possibile è necessario che oltre alla centralizzazione delle procedure di acquisto si possano determinare le condizioni per una reale aggregazione della domanda, ivi compresa quella emergente da una programmazione su scala territoriale vasta. Una centralizzazione «spinta», infatti non consegue automaticamente dei risparmi di spesa anzi, al contrario, aumenta i costi: ad esempio, per gli acquisiti cosiddetti «economali» al disotto di 40mila o 20mila euro, l'impegno richiesto per la costituzione di una centrale di acquisto comporta oneri maggiori ai risparmi indotti per gli acquisiti centralizzati sotto soglia.

Duplice obiettivo
L'obiettivo, quindi, deve essere di duplice natura. Da un lato bisogna aggregare per acquistare solo laddove l'aggregazione comporti una valorizzazione territoriale intesa come modalità inedite per soddisfare esigenze che si sviluppano su una scala territoriale più ampia del livello comunale. La riforma delle modalità di acquisizione ha un senso laddove si introducano dei meccanismi «premianti» che oltre a perseguire risultati in termini quantitativi (vedi la riduzione della spesa) consentano contestualmente di qualificare la domanda (e quindi i bisogni) in un ambito sovracomunale. Dall'altro, in termini di rispetto dei limiti di spesa, sarebbe più opportuno indicare gli obiettivi di riduzione e lasciare ai Comuni la scelta degli strumenti e delle azioni per conseguirli, ivi comprese le modalità organizzative di collaborazione territoriale.
L'Anci, pertanto, ritiene che si debba ripartire dal territorio per individuare le modalità aggregative che meglio sanno cogliere le peculiarità, i fabbisogni e, quindi, trovare la soluzione organizzativa più adatta per soddisfarli.


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