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Appalti, la valutazione dell'utile d'impresa deve tener conto del contesto socio-conomico

di Stefano Usai

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L Esclusivo per Quotidiano Enti Locali & PA

Appare condivisibile la recente sentenza del Consiglio di Stato, sezione IV, n. 3137/2015 in tema di valutazione dell'anomalia dell'offerta e delle prerogative della stazione appaltante di considerare congruo – ai fini dell'assegnazione dell'appalto - anche un margine di utile esiguo. Secondo i giudici di Palazzo Spada, infatti, la valutazione a cui è chiamata la stazione appaltante – nella procedura di verifica della serietà/sostenibilità delle offerte presentate – deve essere di tipo globale e deve considerare, inoltre, il contesto socio-economico in cui si inserisce la proposta tecnico-economica del concorrente.

La questione trattata
Nel caso di specie, un raggruppamento temporaneo – partecipante alla gara per l'affidamento di lavori – classificatosi al terzo posto, impugnava il provvedimento di aggiudicazione alla prima classificata, risultata (come quella del censurante e del secondo classificato) ad offerta potenzialmente anomala per una serie di vizi di illegittimità.
In primo luogo, il ricorrente evidenziava il fatto che la commissione tecnica, appositamente nominata per esaminare le giustificazione delle tre offerte risultate anomale, rimetteva la specifica relazione alla stazione appaltante in cui si ritenevano giustificate non le prime due, ma solo la terza offerta in graduatoria (e quindi proprio quella del ricorrente). Ciononostante, si legge nella censura «la stazione appaltante ha ritenuto di poter considerare affidabili tutte e tre le offerte presentate, perché, sebbene talune voci di prezzo non fossero giustificate (e dunque in ciò condividendo la valutazione della commissione tecnica), non sarebbero state però tali da inficiare l'attendibilità, la serietà e la rimuneratività delle offerte valutate nel loro complesso».
Secondo il ricorrente, tale decisione – di una valutazione diversa rispetto a quanto evidenziato dalla commissione tecnica - non rientrerebbe tra le prerogative della stazione appaltante.
Come già in primo grado, il giudice d'appello non ha condiviso una simile prospettazione. In modo condivisibile, il collegio rileva la chiara distinzione di ruoli e di compiti tra stazione e commissione all'uopo nominata.
La commissione tecnica, prosegue, il giudice si doveva limitare ad esaminare le giustificazioni presentate dalle imprese «né avrebbe potuto fare altrimenti, posto che – a norma dell'art. 88, comma 7, del codice – l'unico soggetto competente a valutare l'anomalia delle offerte è la stazione appaltante ed è "del tutto fisiologico" che questa sia il titolare delle scelte, e se del caso delle valutazioni, in ordine alle offerte sospette di anomalia (cfr. Cons. Stato, ad. plen., 29 novembre 2012, n. 36), secondo un giudizio sindacabile solo per manifesta e macroscopica erroneità o irragionevolezza (ibidem, ove anche diffusi richiami alla costante giurisprudenza)».
Quanto precisato è invero corretto, considerato che l'organo incaricato della valutazione delle giustificazioni deve limitarsi a presentare una relazione sulle risultanze istruttorie ma, chiaramente, non può ritenersi precluso all'organo che deve decidere, la possibilità – motivatamente – di discostarsi da quanto emerge dall'istruttoria ricevuta. Infatti, si legge nella sentenza, la decisione finale adottata dall'organo competente della stazione appaltante «ha preso atto degli elementi forniti dalla commissione tecnica, ha riesaminato le offerte tenendo conto degli aspetti di incongruità emersi e, all'esito di una valutazione complessiva delle offerte stesse» ha ritenuto «che i profili in discussione non fossero tali da inficiare la complessiva sostenibilità economica delle offerte contestate».

La valutazione e l'utile d'impresa
Nel prosieguo, il giudice meglio chiarisce che la funzione del procedimento di valutazione della potenziale anomalia non può essere intesa come inquisitoria/vessatoria.
Alla stregua di un lucido indirizzo giurisprudenziale, prosegue «la valutazione di congruità deve essere globale e sintetica e non può concentrarsi esclusivamente e in modo "parcellizzato" sulle singole voci di prezzo, dal momento che l'obiettivo dell'indagine è accertare l'affidabilità dell'offerta nel suo complesso, e non delle sue singole componenti (cfr. Cons. Stato, ad. plen., n. 36 del 2012)».
Di per sé, secondo una indicazione preziosa per il Rup, un utile simbolico non determina necessariamente inaffidabilità dell'offerta.
Il margine di utile, comunque esiguo, richiede – per poter esprimere considerazioni sulla congruità dell'offerta – considerazioni e valutazioni sui rapporti tra l'offerta ed il contesto economico di riferimento.
In questo senso «anche modesti ritorni dell'investimento potrebbero essere considerati accettabili pur di mantenere l'impresa operativa in vista di tempi migliori» e quanto nel solco del prevalente orientamento giurisprudenziale «secondo cui la valutazione di anomalia dell'offerta va fatta considerando tutte le circostanze del caso concreto, poiché un utile all'apparenza modesto può comportare un vantaggio significativo sia per la prosecuzione in sé dell'attività lavorativa (il mancato utilizzo dei propri fattori produttivi è comunque un costo), sia per la qualificazione, la pubblicità, il curriculum derivanti per l'impresa dall'essere aggiudicataria e dall'aver portato a termine un appalto pubblico».


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